Agnus Dei (parte III)

Agnus Dei (parte III)

(prima parte qui, seconda parte qui)

Lohengramm si scagliò contro Steinmetz, vibrando con tutte le sue forze un fendente con la Lancia.
L’ufficiale tentò di schivare l’attacco di Lohengramm, ma la furia del generale, amplificata dal fuoco divino che lo pervadeva, non gli lasciò scampo. Il colpo lo fece rovesciare a terra, aprendogli un profondo squarcio nel petto. Il sangue prese subito a schizzare dalla ferita, lordando il corpo e il viso di Lohengramm.
Terrorizzati, i due soldati si lasciarono sfuggire un grido strozzato. Lohengramm si girò verso di loro, ormai ebbro di sangue e potere.
“Siate anche voi testimoni della mia potenza” urlò, pronto a falciarli sotto i suoi colpi.
In preda al panico, i due aprirono il fuoco sul generale.
“Inutile” esclamò ridendo, “è Dio stesso a proteggermi!”
Una fitta lancinante lo bloccò. Abbassando lo sguardo, vide del sangue scorrere. Il suo.
Un foro di proiettile spiccava nella tunica, nel punto dove il sangue di Steinmetz aveva imbrattato il tessuto candido. Cadde in ginocchio, boccheggiando.
Sulla sedia a dondolo il vecchio, che aveva assistito a tutta la scena, pareva sul punto di esalare l’ultimo respiro. Lohengramm lo udì borbottare qualcosa negli spasmi della morte.
Mentre perdeva conoscenza, gli parve di riconoscere quelle parole. Erano tratte dall’Apocalisse di San Giovanni.
“…e hanno lavato le loro tuniche rendendole candide con il sangue dell’Agnello…”
Prima di sprofondare nel buio, Lohengramm ebbe un ultimo pensiero.
La tunica… lavata nel sangue. Mondata non dal peccato… ma dal suo potere.

“O almeno, così è come dovrebbero essersi svolte le cose” concluse Brighton, rialzandosi dal pavimento insanguinato. Due uomini stavano già chiudendo in una valigetta la tunica intrisa di sangue. I corpi delle SS giacevano a terra, ormai rigidi.
“Bizzarro, oserei dire. E quell’ufficiale, quello…”
“Steinmetz.”
“Steinmetz. Quindi, doveva trattarsi, per così dire, dell’Agnello?”
“Così pare. Forse era destino che si sacrificasse, così come forse era destino che Lohengramm venisse in possesso delle reliquie.”
“E il Custode?”
“Non c’è stato niente da fare. Il cuore deve aver ceduto poco dopo la sparatoria.”
“Una cosa non capisco. Perché portare via la Lancia, ma non la Tunica?”
“Non saprei. Forse perché ormai la Tunica non aveva più potere. O forse per paura che dopo averla profanata, attirasse la maledizione del Cielo sul Reich. Ma queste sono solo supposizioni da due soldi. La verità non la sapremo mai, temo.”
Uno dei soldati si avvicinò.
“Generale McLaren, noi qui abbiamo finito.”
“Molto bene” rispose il generale. “Il tenente Brighton, qui, si occuperà del resto. Voglio che l’MI6 riceva un rapporto completo il prima possibile.”
“Sissignore.”
Usciti dalla capanna, i due ufficiali si volsero un’ultima volta verso la scena del massacro.
“Un peccato che il nostro contatto a Vienna non sia riuscito ad avvertirci in tempo. Forse saremmo riusciti a…”
“Non se ne faccia una colpa, Generale. Forse, come le dicevo, era destino che succedesse”.
I due fecero ancora qualche passo lungo il sentiero. Poi il tenente ruppe il silenzio.
“Signore? Lei crede davvero che…”
“Sì?”
“..che Hitler possa dominare il mondo? Tutti parlano di un’invasione della Polonia prima della fine dell’anno. Se succedesse, sarebbe una guerra. Mondiale. Un’altra. E se fosse vero quello che dicono della Lancia…”
“Non lo so, Tenente. Ma se accadrà, sarà destino.”
Nessuno dei due parlò più per il resto della giornata. Anche loro erano stati inviati dalla madrepatria per impedire alla folle ambizione del Führer di trascendere i confini del sacro. Anche loro avevano accettato, convinti di ritornare a casa come eroi. Ma ora, dopo essere stati in quella misera casupola imbrattata di sangue, non si sentivano più tanto sicuri.
Né più tanto eroi.

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Agnus Dei (Parte II)

Agnus Dei (Parte II)

(prima parte qui)

Lutz sollevò la mano chiusa. Immediatamente tutti gli uomini della squadra si acquattarono. Steinmetz, aguzzando gli occhi, vide la misera casupola seminascosta in cima alla collinetta boscosa di fronte a loro.
A bassa voce, intimò: “Kessler, mi dia la cassa. Due uomini con noi… Reuental e Mittermeyer. Gli altri rimangano qui appostati. Se non siamo di ritorno fra venti minuti, intervenite. Lutz, voi siete al comando della squadra, nel caso ci succedesse qualcosa.”
“Jawohl.”
Steinmetz, affiancato dal generale e dai due soldati, si inerpicò sul sentiero che si snodava tra gli alberi fino a raggiungere la capanna. La cassa gli pesava sulle spalle doloranti, e da qualche ora si era levata una leggera foschia, che sembrava farsi più fitta man mano che si avvicinavano alla costruzione. Desiderò ardentemente di essere altrove.
Giunti all’entrata, Steinmetz bussò. Non vi fu risposta. Tentò allora di aprire la porta, ma la maniglia arrugginita non cedeva. Guardò Lohengramm, che annuì con la testa.
“Reuental!”
Il soldato si fece avanti e lasciò partire una scarica di MP40 sulla serratura. Poi aprì la porta con un calcio, alzando una nuvola di segatura e frammenti di legno.
Entrarono. Davanti i due soldati, poi Steinmetz e per ultimo Lohengramm.
La capanna era costituita da un’unica stanza, divisa in due parti da una mezza parete di legno. Ai quattro lati erano appese poche mensole, che suggerivano come il padrone di casa vivesse da eremita. Vicino alla parete posteriore, seduto su una sedia a dondolo, un vecchio li fissava impassibile.
I due soldati si mossero simultaneamente, disponendosi ai lati dell’uomo e tenendolo sotto tiro. Lohengramm, avvicinandosi, si rivolse a lui.
“Presumo che voi siate il Custode. L’Arcivescovo di Vienna ci ha parlato di voi. Presumo anche che sappiate chi siamo, e cosa vogliamo. Dov’è?”
Il vecchio non rispose. Continuò invece a fissare Lohengramm, senza che alcun muscolo del suo viso si muovesse di un millimetro.
Il generale continuò. “Il Führer desidera che non vi venga fatto alcun male. Anzi, vi porge i suoi migliori ringraziamenti per aver custodito così bene e così a lungo un simile tesoro. Ma se vi rifiutate di collaborare col Reich, mi vedrò costretto ad agire di conseguenza.”
Di nuovo nessuna risposta. Lohengramm inspirò a fondo, poi il suo viso, impassibile fino a quel momento, si raggrinzì in una smorfia di furia cieca ed irrazionale.
Wo ist die verdammt Weste? Dov’è quella maledetta tunica?” urlò, afferrando di colpo la gola del vecchio e stringendola in una morsa d’acciaio, al punto di sollevarlo della sedia.
Gli occhi del vecchio esitarono per un istante, volgendo un guizzante sguardo a un’asse sconnessa del pavimento. A Lohengramm non sfuggì quell’indizio.
Untersturmführer! il pavimento!”
Steinmetz si inginocchiò sul punto indicato dal generale, ed estratta la baionetta d’ordinanza dal fodero fece leva tra due assi marce. Il legno cedette senza sforzo, rivelando un vano sottostante.
Con la gola ancora stretta nella mano di Lohengramm, il vecchio emise un sospiro che sembrava un rantolo, per poi accasciarsi senza più forze. Due lacrime silenziose iniziarono a rigargli le guance, mentre Steinmetz, infilate le braccia fino al gomito nell’apertura, ne estraeva un cofanetto in legno intarsiato.
Lohengramm, lasciato cadere il vecchio sulla sedia a dondolo, fece a Steinmetz cenno di aprire lo scrigno. Sollevato il coperchio, agli occhi dei due ufficiali apparve quello che sembrava un sacco di iuta ripiegato.
Per la seconda volta l’impassibile volto del generale mutò espressione, questa volta in un largo sorriso di compiacimento. Le sue mani si allungarono ad afferrare l’indumento, drappeggiandolo delicatamente sulla sua persona. Steinmetz lo osservò mentre, con fare quasi grottesco, indossava la tunica con l’espressione di una damigella che si provava un abito da cerimonia.
“La Lancia, Untersturmführer” esclamò il generale.
Steinmetz si era quasi dimenticato della cassa oblunga che portava sulle spalle. Con mani esperte la aprì e porse a Lohengramm il lungo oggetto che conteneva, avvolto in un panno rosso.
Il generale sciolse i nodi che legavano il drappo, portando alla luce quella che sembrava una lancia o una picca. Il fusto era di legno decorato, ma la punta era irregolare e di metallo opaco, tradendone l’eta antica.
Stringendola tra le mani, Lohengramm esclamò, con la voce che tremava per l’emozione:
“Steinmetz, questo è un grande giorno per il Reich. Oggi viene sancita la sacralità del nostro Impero. Porto su di me la tunica di Nostro Signore Gesù Cristo, e stringo nelle mani la Sacra Lancia che trafisse il Suo costato.”
Soppesando la lancia nella mano sinistra, proseguì: “In molti hanno brandito la Lancia di Longino per governare il mondo. Carlomagno, Napoleone… ma hanno fallito tutti. Poi il Führer è venuto a sapere dell’esistenza di quest’altra reliquia, e delle voci che giravano su essa. Nel suo genio, ha voluto inviarci a recuperare entrambe, e a verificare il potere che esse conferiscono.”
Con un movimento fulmineo, estrasse la Luger dalla fondina e la puntò verso il proprio avambraccio sinistro. Uno sparo risuonò nella casupola. Steinmetz lo udì riecheggiare nella valle, seguito dagli schiamazzi di centinaia di uccelli che si levavano spaventati in volo.
Tintinnando, un proiettile deformato cadde al suolo. Il braccio di Lohengramm era intatto. Il generale esplose in una risata diabolica.
“Steinmetz, guardate! Ora che indosso l’abito che fu di Nostro Signore e brandisco la Sacra Lancia, sono invincibile…” e lanciando uno sguardo sinistro al suo sottoposto, continuò “…e persino il Führer  dovrà piegarsi al mio volere.”
“C-che intendete dire, Mein General? Gli ordini erano…”
Zum Teufel, Untersturmführer! Non avete compreso? Il destino ha voluto mettere sulla mia strada questo potere, ed è destino che io ne faccia uso, per il bene del Reich.”
A Steinmetz quelle parole suonarono come una blasfemia.
“Io… io vi prego di tornare in voi, Mein General. Dobbiamo riportare la tunica a Berlino. Sono sicuro che il Führer  ci ricompenserà come meritiamo, e voi sarete…”
“…sarò che cosa? Una pedina nelle mani di Hitler, come negli ultimi quindici anni? Steinmetz, siete un illuso. E non c’ è posto per quelli come voi, nel mio Reich.”

(continua…)

Agnus Dei (Parte I)

Agnus Dei (Parte I)

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:
«Si son divise tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica han gettato la sorte.»
(Giovanni, 19:23-24)

Ed io gli dissi: «Signore mio, tu lo sai». Egli allora mi disse: «Costoro sono quelli che sono venuti dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro tuniche rendendole candide con il sangue dell’Agnello.»
(Apocalisse, 7:14)

“Mi sta forse dicendo che ci siamo persi, Untersturmführer?”
“No, mein General, no. Sono sicuro che i miei uomini…”
Già le gocce di sudore freddo imperlavano la fronte di Steinmetz, quando si sentì un grido provenire dalla folta macchia a ovest.
“È qui! L’abbiamo trovata!”
Steinmetz si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. A un suo cenno, l’intera pattuglia si mosse verso gli alberi.
Lanciò un’occhiata furtiva verso il generale Lohengramm: il suo sguardo di pietra non tradiva la minima emozione.
Dio, quanto mancherà ancora? pensò, mentre si riunivano ai due uomini mandati in ricognizione.
“Trecento metri più in basso abbiamo avvistato una roccia a forma di U. La formazione non è naturale: abbiamo pensato che si trattasse dei resti dell’anello di pietra indicato sulla mappa” disse il caporale Lutz, porgendo il binocolo a Steinmetz.
Dopo aver constatato quanto riportato dai ricognitori, passò il binocolo a Lohengramm. L’ultima parola spettava a lui.
“Molto bene. Avete identificato gli altri punti di riferimento?”
“Sì, signore. Assumendo che quello sia l’anello di pietra, tutte le indicazioni della mappa acquistano un senso. Confrontandola con la cartina militare, stimiamo che l’obbiettivo si trovi a non più di un paio di chilometri verso valle”.
“Il che significa doverci addentrare nel bosco. Steinmetz, riorganizzi la formazione. Non vorrà che la missione finisca a gambe all’aria per colpa di un orso o un cinghiale impazziti.”
“Zu befehl, mein General.”

La pattuglia si muoveva con lentezza, il passo impedito dalla fitta boscaglia e dal terreno irregolare. Qua e là buche e crepe nascoste dalla vegetazione attendevano trepidanti di accogliere e spezzare le gambe di un soldato troppo imprudente.
Persino la foresta è contro di noi, pensò Steinmetz. Il Führer è grande, ma questo…
“La vedo pensieroso, Untersturmführer. Qualcosa la preoccupa?”
Lohengramm gli era arrivato alle spalle senza che se accorgesse. Quell’uomo gli metteva i brividi.
“È forse quella a renderla nervoso?” continuò il generale, accennando con lo sguardo alla sottile cassa oblunga che uno dei soldati trasportava sulle spalle.
“N-no, mein General. È solo che sembra così improbabile che qui, in mezzo alle montagne…”
“Lo so. Ma le informazioni ottenute a Vienna sono di prima mano. Sua eccellenza l’Arcivescovo ha barattato la sua libertà da Dachau con quella vecchia piantina, ed è tutt’ora ospite delle SS. Se dovesse essersi sbagliato…”
Non finì la frase. Accelerò il passo, portandosi dietro ai due uomini in testa alla squadra.
Steinmetz trasse il fazzoletto di tasca e se lo passò sulla fronte. Senza pensarci, con quel gesto cercava di svuotare la mente dai dubbi, ma senza risultato: da quando avevano lasciato Berlino, la sua coscienza faceva a pugni con la fedeltà al Reich.
L’Anschluss non era stato una sorpresa per nessuno. Nelle SS tutti sapevano che Austria e Germania sarebbero state presto unificate sotto lo Svastica, ma il pensiero che il Führer avesse un altro scopo per entrare a Vienna lo aveva turbato.
Quando gli era stato ordinato di partire per le montagne a nord di Innsbrück, portando con sé quello che avevano requisito dalla Schatzkammer di Vienna, i suoi timori si erano amplificati. Ma il fatto che a guidare la spedizione fosse stato designato Lohengramm, uomo di fiducia di Hitler, lo aveva quasi rassicurato. Di sicuro il Führer non avrebbe affidato una missione del genere a quell’uomo, se non avesse saputo cosa stava facendo. Aveva obbedito, certo che al ritorno sarebbe stato considerato un eroe. Ma ora, in quella fitta foresta, guidati solo da un pezzo di pergamena tracciato da chissà chi e alla ricerca di qualcosa che poteva anche non esistere, non si sentiva più tanto sicuro.
Né più tanto eroe.

e^(iπ) + 1 = 0

e^(iπ) + 1 = 0

Conosco G da cinque anni, ma lo frequento più o meno da tre, cioè da quando ha accettato di farmi da relatore per la tesi di laurea. Quando poi mi ha chiesto di rimanere in Ateneo come suo assistente, non sono riuscito a dirgli di no.
Tre mesi fa è entrato nell’ufficio che dividiamo all’ultimo piano della facoltà e ha chiuso la porta dietro di sé.
“R, devo dirti una cosa importante.”
“Mi dica, G” ho detto io.
“Ecco, vedi… io sono Dio”.
“Lo so, G. Per questo lavoro per lei.”
“No, R. Temo non sia uno scherzo.”
“Allora credo di non aver capito cosa sta cercando di dirmi” ho risposto.
“Non temere – avevo previsto la tua reazione. Per questo ti chiedo di venire con me.”
Mi ha fatto un cenno, e io l’ho seguito. Mezz’ora dopo siamo rientrati in ufficio. Mi aveva convinto.

Padova a Dicembre è fredda, fredda da morire. Per fortuna G dice che da domani il freddo non lo sentirò più. Avrei tante di quelle cose da chiedergli, ma quando ero suo studente ci diceva sempre: le domande alla fine.
Per ventiquattr’ore, fino alle otto di domattina, G mi porterà con sé per “insegnarmi il mestiere”, come ha detto lui.
“Mi scusi, G. Io avrei parecchio freddo. Non è da me chiedere favori ai miei superiori, ma dato che lei è Dio, non potrebbe alzare la temperatura di un cinque o sei gradi?”
G mi guarda e sorride. “Non funziona così, mi spiace. Non posso farlo.”
“Non può o non vuole? Non è onnipotente?” gli chiedo scherzando.
Mi dà una pacca sulla spalla mentre scendiamo in strada.
“Allora, R. Capisco bene che hai sicuramente una gran confusione in testa, quindi cercherò di spiegarti il tutto nella maniera più semplice possibile. Facciamo una passeggiata, OK?”
“OK” dico. Ci incamminiamo.
“Dunque, è più o meno come quando scriviamo il software.”
“Aha” faccio io, con un cenno della testa.
“L’universo è regolato da regole ben precise, di cui una gran parte sono la fisica e la matematica. Chiaro fin qui?”
“Chiarissimo.”
“Queste regole sono state create qualche miliardo di anni fa, e hanno sempre funzionato, più o meno. Ma come ogni software, anche l’universo non è esente da bug.”
“Immagino.”
“Benissimo. Hai presente cosa succede quando in un programma salta fuori un errore, vero? Lo sviluppatore interviene e corregge il bug.”
Been there, done that, G. Quindi?”
“Ecco, per farla breve, io mi limito a correggere i bug.”
“Che cosa?” gli chiedo, stralunando gli occhi. “Ma allora, quella volta di tre mesi fa?”
“Intendi questa?” mi dice, tirandomi per un braccio dietro di sè. Con un desolante splat una merda di piccione cade esattamente dove stavo un secondo fa. Ecco, non crediate che io tre mesi fa mi sia fatto convincere da una merda di piccione. Un piccolo meteorite è caduto sul tetto della facoltà, bucando il soffitto e sfasciando la mia scrivania e me stesso, se fossi stato lì.
“Visto? lo ha fatto di nuovo!”
“È diverso, R. Te lo ripeto, la fisica e la matematica sono perfette. Sono leggi a cui anche io devo sottostare.”
“Ma allora…”
“…allora, dato che il programma l’ho scritto io, è ovvio che sappia prevederne il comportamento. Quel meteorite doveva cadere lì e in quell’istante. Ma era necessario al programma che tu vivessi, e ho corretto il bug allontanandoti. Ci siamo capiti?”
Lì a fianco c’è una panchina. Sembra messa lì apposta. Guardo G. Ok, è messa lì apposta. Mi siedo.
“D’accordo. Quel che non ho ancora capito è… perché mettermi al corrente? perché ‘insegnarmi il mestiere’?”
“Questo, beh, fa parte del programma.”

Le 7.55. In quasi ventiquattr’ore ho visto G “correggere” decine di “bug”. Un sasso sulla strada, un chiodo in un muro, persino lo scontrino di un bar. Tutti oggetti destinati a causare morte e disperazione, in un modo o nell’altro. G mi ha parlato dell’intreccio dei destini, di come sia possibile ridurli a funzioni matematiche. Le sue spiegazioni sono state assorbite dal mio cervello con una facilità disarmante, come quando ero suo allievo. Ho iniziato a ‘vedere’ le connessioni tra gli oggetti, le persone e le loro azioni. Ho spostato una transenna che avrebbe fracassato la testa di un ciclista domattina alle sei.
Seduti allo stesso bar di ieri, G mi sorride.
“Ci siamo, non è vero?”
“Sì.” Sorrido.
“Bene. Vuoi scusarmi un attimo?”
Si alza. Mentre lo guardo uscire, di fronte ai miei occhi G si tramuta nella sottile linea di una funzione rappresentata su un piano cartesiano. Ne seguo le curve e l’armonia con cui si mescola al resto dell’universo. Poi, ad un tratto, la linea si interrompe.
Lancio un grido e mi precipito fuori dal bar. Ma è troppo tardi: lo stridore della frenata mi lacera i timpani. Poi l’agghiacciante tonfo. G è a terra, sanguinante.
Una piccola folla si raduna immediatamente.
“Indietro,” grido “lasciatelo respirare!”
Un rivolo di sangue gli esce dalla bocca. Respira appena. Sento qualcuno chiamare l’ambulanza, ma so che è inutile.
“Perché?” riesco solo a chiedergli. Lui mi sorride.
“Perché, mi chiedi? Perché… è perfetto.”

Qualsiasi cosa

Qualsiasi cosa

“Dico a te, straniero. Che ci facevi qui?”
Lo sconosciuto non rispose, immerso nei propri pensieri.
“È inutile. Non parla, anche se sembra capire quel che diciamo. E non c’è verso di togliergli di dosso quel cazzo di impermeabile” esclamò il Coroner.
“Vuoi rispondermi?” fece ancora lo sceriffo Hansen.
Di nuovo nessuna risposta.
“Jeff, dammi una mano ad ammanettarlo. E vedi di trovare un paio di forbici, o qualcosa, per togliergli questo fottuto mantello.”

“Lascia che spieghi la tua situazione. Sei stato trovato accanto al cadavere di Rio Feldman, residente nella nostra tranquilla Kingsport. Tranquilla fino a oggi, perlomeno. Nessuno ti ha mai visto prima di stasera, né ti degni di dirci una singola parola per scagionarti…” si avvicinò, strattonando il cappuccio di tela cerata stretto intorno alla testa del forestiero “…né riusciamo a toglierti questo merdoso impermeabile! Si può sapere chi cazzo sei, cristo di un dio?
“Si calmi, sceriffo! Il Coroner ha già detto che il ragazzo è morto d’infarto, quindi questo povero diavolo non c’entra…”
“…lo so, Jeff, per la miseria! Ma questo vagabondo mi dà sui nervi!”
Un lungo sospiro provenne dalla figura ammantata. Il silenzio calò nella saletta.
“Vagabondo… sì, forse è questo che sono diventato.”
Hansen si irrigidì. Non era la voce di un tramp, quella.
“Tu… puoi parlare?”
“Non amo farlo. Ogni volta che lo faccio, succede qualcosa di brutto. Come stasera, per esempio.”
L’unica parte visibile del forestiero erano gli occhi, ma da essi riusciva a trasmettere una tristezza infinita.
“Che… che è successo a Feldman?” chiese Hansen.
Il forestiero emise di nuovo un lungo sospiro. Poi continuò.
“Quel ragazzo… Feldman, stava cambiando una gomma lungo il bordo della strada. Mi sono fermato a guardarlo, più per curiosità che per dargli una mano. Lui non sembrava infastidito, anzi, ha fatto volentieri due chiacchiere con me. Sono sempre molto solo, quindi mentre lui lavorava, io, beh… gli ho raccontato la mia storia.”
“La tua storia?”
“Sì.”
“Che ne dici di raccontarla anche a noi, allora?” fece Hansen, lanciando uno sguardo d’intesa a Jeff.
Altro sospiro. Dopo una breve pausa, il forestiero riprese.
“Sceriffo, quand’era piccolo, cosa sognava di diventare?”
“I-io? beh, un poliziotto, come mio padre. Ma che c’entra questo?”
“C’è riuscito, vedo. Complimenti. Non è da tutti. Soprattutto quando si desidera diventare qualcosa di molto impegnativo. L’astronauta, il divo del cinema… o qualcosa di più. Come me.”
“In che senso?”
“Vede, tutte le notti pregavo Dio di esaudire il mio desiderio. Piangevo fino a svegliarmi col cuscino fradicio. Poi, una notte, l’ho sognato.”
“Chi? Dio?” chiese Hansen, convinto ormai di avere a che fare con uno svitato.
“Sì. E quando mi sono svegliato, lui mi aveva ascoltato. Ero diventato quello che avevo sempre desiderato essere.”
“E cioé?”
Qualsiasi cosa” disse lo sconosciuto, mentre il suo impermeabile cadeva a terra.

Mentre lasciava la centrale immersa nel silenzio, si chiese quale fosse stato l’ultimo pensiero dei due poliziotti. Probabilmente erano già morti prima ancora di toccare terra: la mente umana è troppo fragile per sostenere la vista dell’infinito.
Tranne che per me, pensò. Oh, già, ma io non sono più umano.
Sono qualsiasi cosa.

Discrezione

Discrezione

Credetemi, Jarvis Fett non era una cattiva persona. Pacato, discreto, mai una lamentela in vent’anni. Se ve lo dico io, che sono il portiere del suo condominio, potete fidarvi.
Ricordo ancora il giorno in cui si trasferì qui. L’appartamento era ridotto piuttosto male. Il suo inquilino precedente era stato uno di quegli hippies tornati dall’India con la testa piena di discorsi sulla mente libera. Alla fine, la sua era diventata così libera che un giorno se n’era volata fuori dal cervello per non tornare più.
Quando diedi a Fett le chiavi, il Coroner aveva appena chiuso le porte del furgone per portare via il cadavere. Nel soggiorno si sentiva ancora l’odore di morte rancida, inevitabile quando un disgraziato riesce nel deprecabile intento di non farsi scoprire per una settimana dopo essere morto.
Ma Fett non si era lamentato. Anzi, mi aveva assicurato che si sarebbe occupato lui di tutto. Quando due giorni dopo andai a portargli il contratto della British Telecom, non credevo ai miei occhi. Perdio, neppure da nuovo quell’appartamento era stato così pulito!
Davvero, non ho altre parole per definirlo. Fett era un inquilino modello. In vent’anni non ha mai mancato una rata dell’affitto, anzi alle volte, quando mi vedeva in difficoltà, pagava in anticipo. Insomma, una mano lava l’altra, e quindi era normale per me aiutarlo quelle poche volte che mi chiedeva un favore.
Per esempio, quella volta dei barili. Fett faceva il contabile, ma nel suo tempo libero – e ne aveva tanto, perché non aveva parenti stretti né amici, a quanto ne so – diceva di interessarsi di chimica. Quindi, pochi mesi dopo il suo arrivo, gli detti una mano a portare nel suo appartamento una decina di fusti di sostanze varie. Acidi, credo. Ogni tanto, quando finiva qualcosa della sua scorta, mi mandava in qualche consorzio o qualche ditta a ordinargliene dell’altra. Io non ho neanche finito le elementari, quindi non so che roba fosse: mi dava un foglietto con quel che gli serviva e la quantità, e tutto finiva lì. So che doveva essere roba pericolosa, perché più di una volta mi aveva pregato di non far parola con nessuno di quel che si faceva arrivare. Io mi preoccupai un po’, ma non più di tanto, perché – come ho detto – non era affatto una cattiva persona, e sembrava sapere quel che faceva. Dopo un po’ la paura che facesse saltare il palazzo mi passò, e lo vidi solo per quel che era davvero: un simpatico scapolo di mezz’eta, con l’hobby della chimica.
L’altro divertimento – che Dio mi perdoni – che si permetteva ogni tanto, era un po’ di compagnia femminile. Per carità, non di quella a pagamento, se non mi fossi spiegato. Le signorine che gli facevano visita erano tutte di buon gusto ed educazione, e finché gli altri inquilini non si lamentavano, a chi importava?
Del resto, Fett era pur sempre un uomo distinto e per certi versi piacente, e riscuotere un certo successo con l’altro sesso non era di certo un crimine.
Questo, e niente di più, era il mio rapporto con Jarvis Fett. Ma ora mi si accusa di colpe orribili, a cui io sono totalmente estraneo.
Lo giuro, non è che non mi sia accorto che le signorine che andavano a trovarlo non uscivano mai dal suo appartamento! Credevo davvero che rincasassero prima che io mi svegliassi, come lui mi assicurava! E il fatto che ce ne fosse una diversa ogni volta, lo attribuivo al savoir faire di Fett!
E lo giuro sul mio onore, non sono davvero mai entrato nell’appartamento di Fett, dopo quella volta di vent’anni fa! Provvedeva a tutto da sé: riparazioni, pulizie… si ritirava persino la posta da solo! Per questo, prima di stamattina, quando la polizia ha fatto irruzione nelle sue stanze, non avevo mai visto la collezione di bianchi, lucidi e pulitissimi scheletri che quel pazzo maniaco teneva nell’armadio!

Anima Nera

Anima Nera

“Fottiti, Preston. Ti ho detto che White non ha tempo, adesso.”
“Ma ho rifatto le analisi tre volte!”
“Stronzate. Paranoie da ricercatore. Sta funzionando tutto alla perfezione, e lo sai.”
“Non possiamo esserne certi. In Florida…”
“È vietato parlarne, Preston. Ricordati che sei qui grazie a tuo zio, ma non conti un cazzo. E adesso aria.”
Detto questo, Lucas mi aveva chiuso la porta in faccia.
Ed era vero, pensai mentre scendevo la scalinata. Se mi trovavo su quella piattaforma dispersa nel Mare del Nord, lo dovevo a Edward White, mio zio, direttore della squadra 11-A della British Petroleum. Aveva accettato di farmi completare la tesi sui pozzi anomali: giacimenti in cui il petrolio non impregna le rocce, ma forma grandi laghi sotterranei.
Non ne erano stati trovati molti, e l’unico che fosse stato mai trivellato si era rivelato un disastro finanziario e mediatico, diventando un argomento tabù all’interno dell’azienda.
E ora che ne avevo uno a mia disposizione, rischiava di finire tutto all’aria, o peggio. Due ore più tardi, ne avrei avuto la conferma.

Il viso terreo, Lucas aveva spalancato la porta del mio container. “Preston…” riuscì a dire, prima che un altro stridore agghiacciante risuonasse dal basso. Attese per alcuni eterni istanti che il suono cessasse. Poi continuò.
“…tuo zio vuole vederti”.
Annuii, e lo seguii lungo la scalinata che conduceva al piano superiore.
A metà della salita un nuovo, raggelante rumore pervase l’aria. Come a rispondere quel lugubre suono, la scalinata e tutta la piattaforma cominciarono a tremare violentemente. Lucas fece appena in tempo a reggersi al corrimano, per evitare di essere scagliato in mare.
“Cristo! anche questo, adesso!” gridò.
Appena il rumore si affievolì ci precipitammo nell’ufficio di mio zio, sbattendo violentemente la porta dietro di noi.
Mio zio ci fissò con uno sguardo preoccupato.
“Thomas, che sta succedendo?”
“Io… Io penso che… se avessi potuto… ieri mattina…” annaspai, ancora senza fiato per la frenetica salita.
“Lucas, di che sta parlando?”
“Signor White, io.. non credevo che…”
“Non importa. Thomas, dimmi che cos’è.”
Mi trascinai fino alla sua scrivania.
“Zio, ascolta… Ho ricontrollato tutto tre volte. La viscosità del greggio, la conformazione geologica del pozzo, i parametri di scavo… è tutto come in Florida.”
Mio zio sbarrò gli occhi, ma non disse nulla.
“E soprattutto, la temperatura. L’ho monitorata da quando siamo arrivati, ed è troppo alta. Superiore a quella che si dovrebbe registrare a quella profondità. Se riuscissi a riprodurre le reazioni che ho ipotizzato sui campioni, allora avrei la conferma che tutto questo è causato da una qualche forma di…”
Un nuovo stridore ci interruppe.
“Tenetevi!” gridò Lucas. Feci appena a tempo ad aggrapparmi ad una maniglia, quando l’intera piattaforma cominciò a oscillare violentemente.
Mio zio bestemmiò inferocito, mentre le oscillazioni a poco a poco diminuivano. Poi si rivolse a me.
“Thomas… non mi interessa cosa hai ipotizzato o meno. Dimmi come faccio a rimettere in funzione le maledette trivelle!”
Lo guardai incredulo.
“Zio… allora non mi ascolti, o fai finta di non sentirmi. Ti sto dicendo che c’è qualcosa di vivo, là sotto!
Per un istante vi fu il silenzio assoluto. Poi udimmo il boato, e le urla.
Ci affacciammo all’esterno. Le pompe dovevano essere esplose, perché dal settore di trivellazione si udivano gli operai gridare. Ci avventurammo fino al parapetto per avere una visuale migliore. Vorrei non averlo fatto.
Avevo visto trivelle guastarsi e il petrolio fuoriuscire incontrollato in Alaska e in Canada, ma qui c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. La viscida marea nera, nello sgorgare impetuosa dal pozzo inghiottendo gli operai ancora vivi, si muoveva con metodo.
Quando la vedemmo dirigersi su per le scale, ci affrettammo a tornare nell’ufficio; mentre stavamo per chiudere la porta alle nostre spalle, però, un nuovo fragoroso scossone inclinò l’intera piattaforma di quindici o venti gradi. Perdemmo l’equilibrio, e ci trovammo sbalzati al capo opposto della sala. Lucas si precipitò a chiudere il portellone, ma era troppo tardi. La cosa nera era già sulla soglia, e lo ghermì, sottraendolo alla nostra vista. Poi si sollevò, e ci guardò. Dio, non aveva occhi, eppure potevo sentire il puro odio che emanava!
Non so come mi accorsi dello sgabuzzino. Serviva per contenere alcune apparecchiature elettroniche, quindi era a tenuta stagna. Lanciai un grido a mio zio e mi tuffai verso la porta semiaperta, sperando di essere più veloce della cosa.
Io ci riuscii: non così mio zio. Con le lacrime agli occhi chiusi il portellone ruotando la pesante maniglia, mentre le sue grida si facevano sempre più flebili.

I rumori sono sempre più forti. Non so per quanto resisteranno ancora le pareti: ogni tanto un rivetto schizza via dalla sua sede, facendomi sussultare. Ho un solo desiderio: che placata la sua furia su di noi, la Cosa ritorni da dove è venuta.
E che sia l’unica.