Qualsiasi cosa

Qualsiasi cosa

“Dico a te, straniero. Che ci facevi qui?”
Lo sconosciuto non rispose, immerso nei propri pensieri.
“È inutile. Non parla, anche se sembra capire quel che diciamo. E non c’è verso di togliergli di dosso quel cazzo di impermeabile” esclamò il Coroner.
“Vuoi rispondermi?” fece ancora lo sceriffo Hansen.
Di nuovo nessuna risposta.
“Jeff, dammi una mano ad ammanettarlo. E vedi di trovare un paio di forbici, o qualcosa, per togliergli questo fottuto mantello.”

“Lascia che spieghi la tua situazione. Sei stato trovato accanto al cadavere di Rio Feldman, residente nella nostra tranquilla Kingsport. Tranquilla fino a oggi, perlomeno. Nessuno ti ha mai visto prima di stasera, né ti degni di dirci una singola parola per scagionarti…” si avvicinò, strattonando il cappuccio di tela cerata stretto intorno alla testa del forestiero “…né riusciamo a toglierti questo merdoso impermeabile! Si può sapere chi cazzo sei, cristo di un dio?
“Si calmi, sceriffo! Il Coroner ha già detto che il ragazzo è morto d’infarto, quindi questo povero diavolo non c’entra…”
“…lo so, Jeff, per la miseria! Ma questo vagabondo mi dà sui nervi!”
Un lungo sospiro provenne dalla figura ammantata. Il silenzio calò nella saletta.
“Vagabondo… sì, forse è questo che sono diventato.”
Hansen si irrigidì. Non era la voce di un tramp, quella.
“Tu… puoi parlare?”
“Non amo farlo. Ogni volta che lo faccio, succede qualcosa di brutto. Come stasera, per esempio.”
L’unica parte visibile del forestiero erano gli occhi, ma da essi riusciva a trasmettere una tristezza infinita.
“Che… che è successo a Feldman?” chiese Hansen.
Il forestiero emise di nuovo un lungo sospiro. Poi continuò.
“Quel ragazzo… Feldman, stava cambiando una gomma lungo il bordo della strada. Mi sono fermato a guardarlo, più per curiosità che per dargli una mano. Lui non sembrava infastidito, anzi, ha fatto volentieri due chiacchiere con me. Sono sempre molto solo, quindi mentre lui lavorava, io, beh… gli ho raccontato la mia storia.”
“La tua storia?”
“Sì.”
“Che ne dici di raccontarla anche a noi, allora?” fece Hansen, lanciando uno sguardo d’intesa a Jeff.
Altro sospiro. Dopo una breve pausa, il forestiero riprese.
“Sceriffo, quand’era piccolo, cosa sognava di diventare?”
“I-io? beh, un poliziotto, come mio padre. Ma che c’entra questo?”
“C’è riuscito, vedo. Complimenti. Non è da tutti. Soprattutto quando si desidera diventare qualcosa di molto impegnativo. L’astronauta, il divo del cinema… o qualcosa di più. Come me.”
“In che senso?”
“Vede, tutte le notti pregavo Dio di esaudire il mio desiderio. Piangevo fino a svegliarmi col cuscino fradicio. Poi, una notte, l’ho sognato.”
“Chi? Dio?” chiese Hansen, convinto ormai di avere a che fare con uno svitato.
“Sì. E quando mi sono svegliato, lui mi aveva ascoltato. Ero diventato quello che avevo sempre desiderato essere.”
“E cioé?”
Qualsiasi cosa” disse lo sconosciuto, mentre il suo impermeabile cadeva a terra.

Mentre lasciava la centrale immersa nel silenzio, si chiese quale fosse stato l’ultimo pensiero dei due poliziotti. Probabilmente erano già morti prima ancora di toccare terra: la mente umana è troppo fragile per sostenere la vista dell’infinito.
Tranne che per me, pensò. Oh, già, ma io non sono più umano.
Sono qualsiasi cosa.

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Discrezione

Discrezione

Credetemi, Jarvis Fett non era una cattiva persona. Pacato, discreto, mai una lamentela in vent’anni. Se ve lo dico io, che sono il portiere del suo condominio, potete fidarvi.
Ricordo ancora il giorno in cui si trasferì qui. L’appartamento era ridotto piuttosto male. Il suo inquilino precedente era stato uno di quegli hippies tornati dall’India con la testa piena di discorsi sulla mente libera. Alla fine, la sua era diventata così libera che un giorno se n’era volata fuori dal cervello per non tornare più.
Quando diedi a Fett le chiavi, il Coroner aveva appena chiuso le porte del furgone per portare via il cadavere. Nel soggiorno si sentiva ancora l’odore di morte rancida, inevitabile quando un disgraziato riesce nel deprecabile intento di non farsi scoprire per una settimana dopo essere morto.
Ma Fett non si era lamentato. Anzi, mi aveva assicurato che si sarebbe occupato lui di tutto. Quando due giorni dopo andai a portargli il contratto della British Telecom, non credevo ai miei occhi. Perdio, neppure da nuovo quell’appartamento era stato così pulito!
Davvero, non ho altre parole per definirlo. Fett era un inquilino modello. In vent’anni non ha mai mancato una rata dell’affitto, anzi alle volte, quando mi vedeva in difficoltà, pagava in anticipo. Insomma, una mano lava l’altra, e quindi era normale per me aiutarlo quelle poche volte che mi chiedeva un favore.
Per esempio, quella volta dei barili. Fett faceva il contabile, ma nel suo tempo libero – e ne aveva tanto, perché non aveva parenti stretti né amici, a quanto ne so – diceva di interessarsi di chimica. Quindi, pochi mesi dopo il suo arrivo, gli detti una mano a portare nel suo appartamento una decina di fusti di sostanze varie. Acidi, credo. Ogni tanto, quando finiva qualcosa della sua scorta, mi mandava in qualche consorzio o qualche ditta a ordinargliene dell’altra. Io non ho neanche finito le elementari, quindi non so che roba fosse: mi dava un foglietto con quel che gli serviva e la quantità, e tutto finiva lì. So che doveva essere roba pericolosa, perché più di una volta mi aveva pregato di non far parola con nessuno di quel che si faceva arrivare. Io mi preoccupai un po’, ma non più di tanto, perché – come ho detto – non era affatto una cattiva persona, e sembrava sapere quel che faceva. Dopo un po’ la paura che facesse saltare il palazzo mi passò, e lo vidi solo per quel che era davvero: un simpatico scapolo di mezz’eta, con l’hobby della chimica.
L’altro divertimento – che Dio mi perdoni – che si permetteva ogni tanto, era un po’ di compagnia femminile. Per carità, non di quella a pagamento, se non mi fossi spiegato. Le signorine che gli facevano visita erano tutte di buon gusto ed educazione, e finché gli altri inquilini non si lamentavano, a chi importava?
Del resto, Fett era pur sempre un uomo distinto e per certi versi piacente, e riscuotere un certo successo con l’altro sesso non era di certo un crimine.
Questo, e niente di più, era il mio rapporto con Jarvis Fett. Ma ora mi si accusa di colpe orribili, a cui io sono totalmente estraneo.
Lo giuro, non è che non mi sia accorto che le signorine che andavano a trovarlo non uscivano mai dal suo appartamento! Credevo davvero che rincasassero prima che io mi svegliassi, come lui mi assicurava! E il fatto che ce ne fosse una diversa ogni volta, lo attribuivo al savoir faire di Fett!
E lo giuro sul mio onore, non sono davvero mai entrato nell’appartamento di Fett, dopo quella volta di vent’anni fa! Provvedeva a tutto da sé: riparazioni, pulizie… si ritirava persino la posta da solo! Per questo, prima di stamattina, quando la polizia ha fatto irruzione nelle sue stanze, non avevo mai visto la collezione di bianchi, lucidi e pulitissimi scheletri che quel pazzo maniaco teneva nell’armadio!

Anima Nera

Anima Nera

“Fottiti, Preston. Ti ho detto che White non ha tempo, adesso.”
“Ma ho rifatto le analisi tre volte!”
“Stronzate. Paranoie da ricercatore. Sta funzionando tutto alla perfezione, e lo sai.”
“Non possiamo esserne certi. In Florida…”
“È vietato parlarne, Preston. Ricordati che sei qui grazie a tuo zio, ma non conti un cazzo. E adesso aria.”
Detto questo, Lucas mi aveva chiuso la porta in faccia.
Ed era vero, pensai mentre scendevo la scalinata. Se mi trovavo su quella piattaforma dispersa nel Mare del Nord, lo dovevo a Edward White, mio zio, direttore della squadra 11-A della British Petroleum. Aveva accettato di farmi completare la tesi sui pozzi anomali: giacimenti in cui il petrolio non impregna le rocce, ma forma grandi laghi sotterranei.
Non ne erano stati trovati molti, e l’unico che fosse stato mai trivellato si era rivelato un disastro finanziario e mediatico, diventando un argomento tabù all’interno dell’azienda.
E ora che ne avevo uno a mia disposizione, rischiava di finire tutto all’aria, o peggio. Due ore più tardi, ne avrei avuto la conferma.

Il viso terreo, Lucas aveva spalancato la porta del mio container. “Preston…” riuscì a dire, prima che un altro stridore agghiacciante risuonasse dal basso. Attese per alcuni eterni istanti che il suono cessasse. Poi continuò.
“…tuo zio vuole vederti”.
Annuii, e lo seguii lungo la scalinata che conduceva al piano superiore.
A metà della salita un nuovo, raggelante rumore pervase l’aria. Come a rispondere quel lugubre suono, la scalinata e tutta la piattaforma cominciarono a tremare violentemente. Lucas fece appena in tempo a reggersi al corrimano, per evitare di essere scagliato in mare.
“Cristo! anche questo, adesso!” gridò.
Appena il rumore si affievolì ci precipitammo nell’ufficio di mio zio, sbattendo violentemente la porta dietro di noi.
Mio zio ci fissò con uno sguardo preoccupato.
“Thomas, che sta succedendo?”
“Io… Io penso che… se avessi potuto… ieri mattina…” annaspai, ancora senza fiato per la frenetica salita.
“Lucas, di che sta parlando?”
“Signor White, io.. non credevo che…”
“Non importa. Thomas, dimmi che cos’è.”
Mi trascinai fino alla sua scrivania.
“Zio, ascolta… Ho ricontrollato tutto tre volte. La viscosità del greggio, la conformazione geologica del pozzo, i parametri di scavo… è tutto come in Florida.”
Mio zio sbarrò gli occhi, ma non disse nulla.
“E soprattutto, la temperatura. L’ho monitorata da quando siamo arrivati, ed è troppo alta. Superiore a quella che si dovrebbe registrare a quella profondità. Se riuscissi a riprodurre le reazioni che ho ipotizzato sui campioni, allora avrei la conferma che tutto questo è causato da una qualche forma di…”
Un nuovo stridore ci interruppe.
“Tenetevi!” gridò Lucas. Feci appena a tempo ad aggrapparmi ad una maniglia, quando l’intera piattaforma cominciò a oscillare violentemente.
Mio zio bestemmiò inferocito, mentre le oscillazioni a poco a poco diminuivano. Poi si rivolse a me.
“Thomas… non mi interessa cosa hai ipotizzato o meno. Dimmi come faccio a rimettere in funzione le maledette trivelle!”
Lo guardai incredulo.
“Zio… allora non mi ascolti, o fai finta di non sentirmi. Ti sto dicendo che c’è qualcosa di vivo, là sotto!
Per un istante vi fu il silenzio assoluto. Poi udimmo il boato, e le urla.
Ci affacciammo all’esterno. Le pompe dovevano essere esplose, perché dal settore di trivellazione si udivano gli operai gridare. Ci avventurammo fino al parapetto per avere una visuale migliore. Vorrei non averlo fatto.
Avevo visto trivelle guastarsi e il petrolio fuoriuscire incontrollato in Alaska e in Canada, ma qui c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. La viscida marea nera, nello sgorgare impetuosa dal pozzo inghiottendo gli operai ancora vivi, si muoveva con metodo.
Quando la vedemmo dirigersi su per le scale, ci affrettammo a tornare nell’ufficio; mentre stavamo per chiudere la porta alle nostre spalle, però, un nuovo fragoroso scossone inclinò l’intera piattaforma di quindici o venti gradi. Perdemmo l’equilibrio, e ci trovammo sbalzati al capo opposto della sala. Lucas si precipitò a chiudere il portellone, ma era troppo tardi. La cosa nera era già sulla soglia, e lo ghermì, sottraendolo alla nostra vista. Poi si sollevò, e ci guardò. Dio, non aveva occhi, eppure potevo sentire il puro odio che emanava!
Non so come mi accorsi dello sgabuzzino. Serviva per contenere alcune apparecchiature elettroniche, quindi era a tenuta stagna. Lanciai un grido a mio zio e mi tuffai verso la porta semiaperta, sperando di essere più veloce della cosa.
Io ci riuscii: non così mio zio. Con le lacrime agli occhi chiusi il portellone ruotando la pesante maniglia, mentre le sue grida si facevano sempre più flebili.

I rumori sono sempre più forti. Non so per quanto resisteranno ancora le pareti: ogni tanto un rivetto schizza via dalla sua sede, facendomi sussultare. Ho un solo desiderio: che placata la sua furia su di noi, la Cosa ritorni da dove è venuta.
E che sia l’unica.

La Ruota Del Tempo: Episodio Pilota

La Ruota Del Tempo: Episodio Pilota

Sono lì bel bello che cazzeggio su Slashdot, quando mi cade l’occhio sul fatto che un paio di giorni fa hanno trasmesso il primo episodio della serie tv di La Ruota Del Tempo.

La prima cosa che faccio è, manco a dirlo, guardarlo. A fatica, perché – ve lo dico senza spoilerarvi niente – fa cagare.

Non mi credete? Vedete un po’ voi.

Ma, dicevamo, la seconda cosa che faccio è chiedermi: com’è che non ne sapevo niente?

All’inizio penso che sia un problema di budget/target/showbiz… per farla breve, Game of Thrones riceve un super battage pubblicitario, perché vende. E vende perché per il 90% del girato, in GoT o qualcuno ammazza qualcun altro, o qualcuno scopa qualcun altro. In un’eventuale serie televisiva di The Wheel of Time, nel 90% del girato si vedrebbe solo gente che scappa, o discute bevendo tè. Quindi la serie non si fa. E se si fa, probabilmente resta una cosa di nicchia per nerd, quindi non vale la pena pubblicizzarla in pompa magna.

(Spettaspettaspetta, prima che parta la flame war. Dichiaro, nel pieno possesso delle mie facoltà, che sia GoT che WoT mi piacciono un casino, e sono un avido lettore di entrambi.)

In ogni caso, è una faccenda un po’ strana. Perché niente pubblicità, visto che comunque WoT ha il suo bel seguito di lettori? Perché va in onda in piena notte su un canale semisconosciuto, che di solito trasmette maratone dei Simpson? Ma soprattutto, perché fa così cagare?

Mi documento un pochetto, e vedo che oltreoceano già ci sono svariate teorie. Vi faccio un riassunto di quelli che sono i fatti certi:

Insomma un gran casino. In rete c’è già chi ipotizza sia una storia di merda su diritti tv e problemi di copyright, del tipo il film dei Fantastici Quattro in low budget.

Una cosa è certa: se il resto della serie è come il pilota, che qualcuno suoni il Corno di Valere…

I laughed with a Zombie

I laughed with a Zombie

“Aspetta, aspetta. Senti questa. Sai quanti bambini ci vogliono per dipingere una parete?”
“No, Gino.”
“Uno solo… ma devi lanciarlo molto forte!”
Scoppiamo a ridere tutti e due.
Katia fa una smorfia di disgusto. “Gino, che schifo, piantala. E tu.. non so come fai a trovare divertenti queste stronzate!”
Io cerco di riprendere un’espressione seria, ma non resisto a lungo. La ridarella, quando arriva, è irrefrenabile. Chi era che aveva scritto un elogio a Re Riso? Quando arriva, e prende possesso dei nostri corpi, è impossibile resistergli. Poe? o Montague Rhodes James? No, forse era Conan Doyle. Inutile, non me lo ricordo.
Devo sedermi per terra, gli addominali doloranti per le risate.
Guardo Katia: si è girata dall’altra parte, le mani sulle orecchie. Per non sentire le battute, o le nostre risate? Mistero. Mi avvicino. Quando è imbronciata è bellissima.
“Ehi…” le faccio.
“Non c’è ‘ehi’ che tenga con me. Le vostre porcate non mi divertono.”
“E dai…”
“No, vai via. Non ti voglio.”
Le passo una mano sui capelli sporchi di terra. Accosto il volto al suo, e due secondi dopo la sto baciando. Donne.
Sento da lontano otto rintocchi suonare. Cazzo se vola il tempo, quando stai con gli amici. Malvolentieri, mi stacco da Katia.
“Ragazzi, è tardi.”
“È già ora?”
“Eh.. purtroppo sì”
Il viso di Katia si rannuvola. Cazzi suoi, comunque. Già abbiamo poco tempo da passare insieme: se lei lo spreca tenendomi il broncio, ha poco da lamentarsi.
“Dai, amore” le faccio.
Lei non dice niente, e si mette in silenzio davanti alla buca. Non le piace, lo so, ma non c’è altro modo.
Tiro fuori la Glock. Il colpo la prende sulla tempia destra, e senza un gemito la vedo cadere nella fossa.
Tocca a Gino.
“L’ultima?” mi fa.
Sorrido. “Ok.”
“Sai cosa fa una bambina in una pozza di sangue?”
“Sentiamo.”
“Mastica una lametta!”
Scoppiamo a ridere entrambi. Non riesco a trattenere le risate neanche mentre il proiettile entra nell’occhio destro di Gino. Neanche mentre con la vanga copro di terra i loro corpi.
Non vedo l’ora che ritornino.

Oh, well, take your time.

Oh, well, take your time.

“E qui, mi scusi… la data si riferisce al mese in cui scade il bollo o a quello successivo?”
“Qu-quello successivo. Qu-quindi, se il su-suo bollo è scaduto a fe-febbraio… de-deve indicare ma-marzo.”
Z. lanciò un’occhiata di traverso all’impiegato, che si irrigidì dietro lo sportello.
“Che le prende? Non la mangio mica, sa?” fece Z. sorridendo.
“N-no, mi scusi, io…”
“Sì, lo so, sto facendo coda, vero? abbia pazienza, ho quasi finito. Ora, sotto detrazioni speciali, devo indicare qualcosa di particolare?”
“È l-lo spazio riservato a-ai ve-veicoli commerciali. S-se la sua auto…”
“Ah, no, è un’auto a uso privato. Quindi, ora firmo qui, e qui..” fece, mentre la stilografica volteggiava veloce sul modulo di carta giallognola.
“Fatto! Quanto le devo?” chiese.
Tremando, l’impiegato ticchettò sulla tastiera. Una somma comparve sul display verdastro, che giaceva scomposto in mezzo a frammenti e spuntoni di vetro.
Z. trasse dal portafogli due o tre banconote, che porse all’impiegato.
“Ecco a lei! Sa, non capita tutti i giorni di trovare una persona paziente e disponibile come lei. Le auguro buon giorno!”
Fischiettando, Z. si voltò verso l’uscita. Sorrise alla bambina che lo fissava, gli occhi vitrei e immobili.
“Buona giornata a te, cara. E spero che tu abbia imparato a non infastidire i signori in coda…” e lanciò uno sguardo ai due corpi accatastati contro il muro “…anche quando non si dimostrano certo un esempio di educazione.”
Uscì, lasciando a ogni passo impronte vermiglie sul marciapiede. In lontananza sentì il suono delle sirene. Fece spallucce.
Mica cercano me, pensò. Io, il bollo, l’ho pagato.

Tonight, Tonight, Tonight

Tonight, Tonight, Tonight

Why won’t you come home
Pretending that you love me?
Tonight, tonight, tonight.
Why won’t squeeze me
With all your might?
Tonight, tonight, tonight.

E così è arrivato a questo punto. Ma stavolta funzionerà, continua a ripetersi Jack.
Le luci della città lo guardano curiose da dietro la vetrata. È tutto pronto. Fa scorrere la porta-finestra, e in due passi è sul terrazzo.
Si tira su il colletto della maglia. Anche se è estate, c’è un vento fresco che lo fa leggermente rabbrividire. Tira fuori lo zippo di tasca e si china per accendere le candele.
Il vento gliene spegne un paio, prima che si decida a tornare dentro a cercare qualcosa che faccia da paravento.
In tutta la suite non c’è niente che faccia al caso suo, così improvvisa con un paio di riviste appoggiate di fronte ai candelabri.
Col culo che ho, prenderanno fuoco, pensa.

Quando si era svegliato e gli avevano detto che Erika non c’era più, si era rifiutato di parlare per le settimane successive. Non aveva pianto, non aveva gridato, niente.
Ognuno ha il suo modo di elaborare il lutto, avevano detto medici e psichiatri ai parenti. Probabilmente non accetta la perdita della moglie, ma prima o poi dovrà venire a patti con la realtà. Siategli vicini.
Oh, per carità. Loro gli erano stati molto vicini. Era stato lui ad allontanarsi.
Se prima lavorava dieci o dodici ore al giorno, era arrivato a lavorarne sedici.
Sei miliardario, Jack. Manda affanculo tutto e fatti un viaggio, gli dicevano. Vedrai che non ci penserai più. Erika non avrebbe mai voluto vedere il suo uomo ammazzarsi per il troppo lavoro.
Jack sorrideva, e tornava in ufficio.
In realtà Jack non andava in ufficio a lavorare. Andava a cercare. Cercare qualcuno che lo aiutasse a rivedere Erika.
Perché in quelle ventidue ore di coma, dopo l’incidente che si era portato via la sua donna, l’aveva vista. Cercami, gli aveva detto.

Il cuore di vitello nato morto è stata la cosa più difficile da trovare. Almeno oggi abbiamo il frullatore, si dice sorridendo. Mentre guarda le ragnatele rosse formarsi all’interno del bicchiere di vetro, pensa ai poveri cristi che dovevano fare tutto con mortaio e pestello.
Tira fuori il bloc notes, dove si è scritto la pronuncia delle parole che Ramhdali gli ha mostrato e recitato. Ha l’impressione che le “e” fossero pronunciate più strette, ma spera che gli spiriti non badino a certe sottigliezze. Ferma il frullatore, apre il bicchiere e vi svuota quattro vasetti che prende dalla mensola. Uno ha un vago sentore di cannella. Dopo aver sospettosamente intinto un dito ed esserselo leccato, Jack conclude che sì, è cannella. Vaffanculo anche al vecchio stregone. “Antica pozione” un paio di coglioni, se mi ha venduto la ricetta per la torta di sua nonna la pagherà cara, pensa.
Come a rispondere ai suoi pensieri, dal frullatore si leva una vampata di luce verde. This shit is serious, si dice.

Dopo due anni di ricerche e soldi buttati, Jack aveva trovato Ramhdali. “Vudu è vera religione, Vudu è comunione di morti. Non come vostro dio di cazzo, che dice che morti torna. Morti no torna. È noi che va da loro. Vostro dio odia Vudu. Per questo manda Katrina e terremoto, per fottere noi sacerdoti di Vudu. Ma noi è più forte di vostro dio.”
Jack si era astenuto dal fargli notare che non era lì per convertirsi, ma che gli interessava solo un modo per comunicare con sua moglie morta.
“Avvicinati, straniero. Vudu è potente. Potente e costoso.”
Sospirando, Jack aveva tirato fuori il portafogli.

È il momento. Jack porta fuori il bicchiere e il blocco note e si siede al centro del pentacolo. Recita, non senza fatica, la cantilena che si è trascritto. Poi ingurgita la poltiglia rossastra. È atroce, sia nel gusto che nell’odore che nella consistenza. Ha dei conati di vomito, ma si trattiene.
Chiude gli occhi. A quanto ha detto Ramhdali, dovrebbe fare effetto in pochi minuti. Ma non fa tempo a finire il pensiero, che una voce gli fa aprire gli occhi.
“Jack.”
Erika è seduta sul bordo del terrazzo. Come mai non sono sorpreso di vederla? pensa Jack. È come se fossero semplicemente in vacanza assieme, come una volta. Si alza in piedi e le si avvicina sorridendo.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, la sua mano scivola a carezzarle la nuca, mentre le loro labbra si uniscono in un bacio.
“Sei un coglione, Jack. Ma ti amo lo stesso” fa lei sorridendo.
“Perché?”
“Guarda” gli risponde indicando il centro della terrazza.
Jack si volta. Al centro del pentacolo c’è una fagotto informe. Aguzza gli occhi e capisce. È il suo cadavere.
“Cazzo. ‘Morti no torna, è noi che va da loro’. Figlio di puttana, avrei dovuto capirlo.”
Erika lo abbraccia. “Lo hai pagato uno sproposito, vero? Quando ti sarebbe bastato appenderti con la cintura, o cose così.”
“Non farmici pensare. Lasciamo perdere, ti va?”
Erika annuisce. Si baciano ancora, mentre la luce della luna li attraversa innaturalmente. Poi lei si stacca e gli prende la mano.
“E allora,” gli fa sorridendo, “dove mi porti stasera?”