e^(iπ) + 1 = 0

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Conosco G da cinque anni, ma lo frequento più o meno da tre, cioè da quando ha accettato di farmi da relatore per la tesi di laurea. Quando poi mi ha chiesto di rimanere in Ateneo come suo assistente, non sono riuscito a dirgli di no.
Tre mesi fa è entrato nell’ufficio che dividiamo all’ultimo piano della facoltà e ha chiuso la porta dietro di sé.
“R, devo dirti una cosa importante.”
“Mi dica, G” ho detto io.
“Ecco, vedi… io sono Dio”.
“Lo so, G. Per questo lavoro per lei.”
“No, R. Temo non sia uno scherzo.”
“Allora credo di non aver capito cosa sta cercando di dirmi” ho risposto.
“Non temere – avevo previsto la tua reazione. Per questo ti chiedo di venire con me.”
Mi ha fatto un cenno, e io l’ho seguito. Mezz’ora dopo siamo rientrati in ufficio. Mi aveva convinto.

Padova a Dicembre è fredda, fredda da morire. Per fortuna G dice che da domani il freddo non lo sentirò più. Avrei tante di quelle cose da chiedergli, ma quando ero suo studente ci diceva sempre: le domande alla fine.
Per ventiquattr’ore, fino alle otto di domattina, G mi porterà con sé per “insegnarmi il mestiere”, come ha detto lui.
“Mi scusi, G. Io avrei parecchio freddo. Non è da me chiedere favori ai miei superiori, ma dato che lei è Dio, non potrebbe alzare la temperatura di un cinque o sei gradi?”
G mi guarda e sorride. “Non funziona così, mi spiace. Non posso farlo.”
“Non può o non vuole? Non è onnipotente?” gli chiedo scherzando.
Mi dà una pacca sulla spalla mentre scendiamo in strada.
“Allora, R. Capisco bene che hai sicuramente una gran confusione in testa, quindi cercherò di spiegarti il tutto nella maniera più semplice possibile. Facciamo una passeggiata, OK?”
“OK” dico. Ci incamminiamo.
“Dunque, è più o meno come quando scriviamo il software.”
“Aha” faccio io, con un cenno della testa.
“L’universo è regolato da regole ben precise, di cui una gran parte sono la fisica e la matematica. Chiaro fin qui?”
“Chiarissimo.”
“Queste regole sono state create qualche miliardo di anni fa, e hanno sempre funzionato, più o meno. Ma come ogni software, anche l’universo non è esente da bug.”
“Immagino.”
“Benissimo. Hai presente cosa succede quando in un programma salta fuori un errore, vero? Lo sviluppatore interviene e corregge il bug.”
Been there, done that, G. Quindi?”
“Ecco, per farla breve, io mi limito a correggere i bug.”
“Che cosa?” gli chiedo, stralunando gli occhi. “Ma allora, quella volta di tre mesi fa?”
“Intendi questa?” mi dice, tirandomi per un braccio dietro di sè. Con un desolante splat una merda di piccione cade esattamente dove stavo un secondo fa. Ecco, non crediate che io tre mesi fa mi sia fatto convincere da una merda di piccione. Un piccolo meteorite è caduto sul tetto della facoltà, bucando il soffitto e sfasciando la mia scrivania e me stesso, se fossi stato lì.
“Visto? lo ha fatto di nuovo!”
“È diverso, R. Te lo ripeto, la fisica e la matematica sono perfette. Sono leggi a cui anche io devo sottostare.”
“Ma allora…”
“…allora, dato che il programma l’ho scritto io, è ovvio che sappia prevederne il comportamento. Quel meteorite doveva cadere lì e in quell’istante. Ma era necessario al programma che tu vivessi, e ho corretto il bug allontanandoti. Ci siamo capiti?”
Lì a fianco c’è una panchina. Sembra messa lì apposta. Guardo G. Ok, è messa lì apposta. Mi siedo.
“D’accordo. Quel che non ho ancora capito è… perché mettermi al corrente? perché ‘insegnarmi il mestiere’?”
“Questo, beh, fa parte del programma.”

Le 7.55. In quasi ventiquattr’ore ho visto G “correggere” decine di “bug”. Un sasso sulla strada, un chiodo in un muro, persino lo scontrino di un bar. Tutti oggetti destinati a causare morte e disperazione, in un modo o nell’altro. G mi ha parlato dell’intreccio dei destini, di come sia possibile ridurli a funzioni matematiche. Le sue spiegazioni sono state assorbite dal mio cervello con una facilità disarmante, come quando ero suo allievo. Ho iniziato a ‘vedere’ le connessioni tra gli oggetti, le persone e le loro azioni. Ho spostato una transenna che avrebbe fracassato la testa di un ciclista domattina alle sei.
Seduti allo stesso bar di ieri, G mi sorride.
“Ci siamo, non è vero?”
“Sì.” Sorrido.
“Bene. Vuoi scusarmi un attimo?”
Si alza. Mentre lo guardo uscire, di fronte ai miei occhi G si tramuta nella sottile linea di una funzione rappresentata su un piano cartesiano. Ne seguo le curve e l’armonia con cui si mescola al resto dell’universo. Poi, ad un tratto, la linea si interrompe.
Lancio un grido e mi precipito fuori dal bar. Ma è troppo tardi: lo stridore della frenata mi lacera i timpani. Poi l’agghiacciante tonfo. G è a terra, sanguinante.
Una piccola folla si raduna immediatamente.
“Indietro,” grido “lasciatelo respirare!”
Un rivolo di sangue gli esce dalla bocca. Respira appena. Sento qualcuno chiamare l’ambulanza, ma so che è inutile.
“Perché?” riesco solo a chiedergli. Lui mi sorride.
“Perché, mi chiedi? Perché… è perfetto.”

Qualsiasi cosa

Qualsiasi cosa

“Dico a te, straniero. Che ci facevi qui?”
Lo sconosciuto non rispose, immerso nei propri pensieri.
“È inutile. Non parla, anche se sembra capire quel che diciamo. E non c’è verso di togliergli di dosso quel cazzo di impermeabile” esclamò il Coroner.
“Vuoi rispondermi?” fece ancora lo sceriffo Hansen.
Di nuovo nessuna risposta.
“Jeff, dammi una mano ad ammanettarlo. E vedi di trovare un paio di forbici, o qualcosa, per togliergli questo fottuto mantello.”

“Lascia che spieghi la tua situazione. Sei stato trovato accanto al cadavere di Rio Feldman, residente nella nostra tranquilla Kingsport. Tranquilla fino a oggi, perlomeno. Nessuno ti ha mai visto prima di stasera, né ti degni di dirci una singola parola per scagionarti…” si avvicinò, strattonando il cappuccio di tela cerata stretto intorno alla testa del forestiero “…né riusciamo a toglierti questo merdoso impermeabile! Si può sapere chi cazzo sei, cristo di un dio?
“Si calmi, sceriffo! Il Coroner ha già detto che il ragazzo è morto d’infarto, quindi questo povero diavolo non c’entra…”
“…lo so, Jeff, per la miseria! Ma questo vagabondo mi dà sui nervi!”
Un lungo sospiro provenne dalla figura ammantata. Il silenzio calò nella saletta.
“Vagabondo… sì, forse è questo che sono diventato.”
Hansen si irrigidì. Non era la voce di un tramp, quella.
“Tu… puoi parlare?”
“Non amo farlo. Ogni volta che lo faccio, succede qualcosa di brutto. Come stasera, per esempio.”
L’unica parte visibile del forestiero erano gli occhi, ma da essi riusciva a trasmettere una tristezza infinita.
“Che… che è successo a Feldman?” chiese Hansen.
Il forestiero emise di nuovo un lungo sospiro. Poi continuò.
“Quel ragazzo… Feldman, stava cambiando una gomma lungo il bordo della strada. Mi sono fermato a guardarlo, più per curiosità che per dargli una mano. Lui non sembrava infastidito, anzi, ha fatto volentieri due chiacchiere con me. Sono sempre molto solo, quindi mentre lui lavorava, io, beh… gli ho raccontato la mia storia.”
“La tua storia?”
“Sì.”
“Che ne dici di raccontarla anche a noi, allora?” fece Hansen, lanciando uno sguardo d’intesa a Jeff.
Altro sospiro. Dopo una breve pausa, il forestiero riprese.
“Sceriffo, quand’era piccolo, cosa sognava di diventare?”
“I-io? beh, un poliziotto, come mio padre. Ma che c’entra questo?”
“C’è riuscito, vedo. Complimenti. Non è da tutti. Soprattutto quando si desidera diventare qualcosa di molto impegnativo. L’astronauta, il divo del cinema… o qualcosa di più. Come me.”
“In che senso?”
“Vede, tutte le notti pregavo Dio di esaudire il mio desiderio. Piangevo fino a svegliarmi col cuscino fradicio. Poi, una notte, l’ho sognato.”
“Chi? Dio?” chiese Hansen, convinto ormai di avere a che fare con uno svitato.
“Sì. E quando mi sono svegliato, lui mi aveva ascoltato. Ero diventato quello che avevo sempre desiderato essere.”
“E cioé?”
Qualsiasi cosa” disse lo sconosciuto, mentre il suo impermeabile cadeva a terra.

Mentre lasciava la centrale immersa nel silenzio, si chiese quale fosse stato l’ultimo pensiero dei due poliziotti. Probabilmente erano già morti prima ancora di toccare terra: la mente umana è troppo fragile per sostenere la vista dell’infinito.
Tranne che per me, pensò. Oh, già, ma io non sono più umano.
Sono qualsiasi cosa.

Discrezione

Discrezione

Credetemi, Jarvis Fett non era una cattiva persona. Pacato, discreto, mai una lamentela in vent’anni. Se ve lo dico io, che sono il portiere del suo condominio, potete fidarvi.
Ricordo ancora il giorno in cui si trasferì qui. L’appartamento era ridotto piuttosto male. Il suo inquilino precedente era stato uno di quegli hippies tornati dall’India con la testa piena di discorsi sulla mente libera. Alla fine, la sua era diventata così libera che un giorno se n’era volata fuori dal cervello per non tornare più.
Quando diedi a Fett le chiavi, il Coroner aveva appena chiuso le porte del furgone per portare via il cadavere. Nel soggiorno si sentiva ancora l’odore di morte rancida, inevitabile quando un disgraziato riesce nel deprecabile intento di non farsi scoprire per una settimana dopo essere morto.
Ma Fett non si era lamentato. Anzi, mi aveva assicurato che si sarebbe occupato lui di tutto. Quando due giorni dopo andai a portargli il contratto della British Telecom, non credevo ai miei occhi. Perdio, neppure da nuovo quell’appartamento era stato così pulito!
Davvero, non ho altre parole per definirlo. Fett era un inquilino modello. In vent’anni non ha mai mancato una rata dell’affitto, anzi alle volte, quando mi vedeva in difficoltà, pagava in anticipo. Insomma, una mano lava l’altra, e quindi era normale per me aiutarlo quelle poche volte che mi chiedeva un favore.
Per esempio, quella volta dei barili. Fett faceva il contabile, ma nel suo tempo libero – e ne aveva tanto, perché non aveva parenti stretti né amici, a quanto ne so – diceva di interessarsi di chimica. Quindi, pochi mesi dopo il suo arrivo, gli detti una mano a portare nel suo appartamento una decina di fusti di sostanze varie. Acidi, credo. Ogni tanto, quando finiva qualcosa della sua scorta, mi mandava in qualche consorzio o qualche ditta a ordinargliene dell’altra. Io non ho neanche finito le elementari, quindi non so che roba fosse: mi dava un foglietto con quel che gli serviva e la quantità, e tutto finiva lì. So che doveva essere roba pericolosa, perché più di una volta mi aveva pregato di non far parola con nessuno di quel che si faceva arrivare. Io mi preoccupai un po’, ma non più di tanto, perché – come ho detto – non era affatto una cattiva persona, e sembrava sapere quel che faceva. Dopo un po’ la paura che facesse saltare il palazzo mi passò, e lo vidi solo per quel che era davvero: un simpatico scapolo di mezz’eta, con l’hobby della chimica.
L’altro divertimento – che Dio mi perdoni – che si permetteva ogni tanto, era un po’ di compagnia femminile. Per carità, non di quella a pagamento, se non mi fossi spiegato. Le signorine che gli facevano visita erano tutte di buon gusto ed educazione, e finché gli altri inquilini non si lamentavano, a chi importava?
Del resto, Fett era pur sempre un uomo distinto e per certi versi piacente, e riscuotere un certo successo con l’altro sesso non era di certo un crimine.
Questo, e niente di più, era il mio rapporto con Jarvis Fett. Ma ora mi si accusa di colpe orribili, a cui io sono totalmente estraneo.
Lo giuro, non è che non mi sia accorto che le signorine che andavano a trovarlo non uscivano mai dal suo appartamento! Credevo davvero che rincasassero prima che io mi svegliassi, come lui mi assicurava! E il fatto che ce ne fosse una diversa ogni volta, lo attribuivo al savoir faire di Fett!
E lo giuro sul mio onore, non sono davvero mai entrato nell’appartamento di Fett, dopo quella volta di vent’anni fa! Provvedeva a tutto da sé: riparazioni, pulizie… si ritirava persino la posta da solo! Per questo, prima di stamattina, quando la polizia ha fatto irruzione nelle sue stanze, non avevo mai visto la collezione di bianchi, lucidi e pulitissimi scheletri che quel pazzo maniaco teneva nell’armadio!

I laughed with a Zombie

I laughed with a Zombie

“Aspetta, aspetta. Senti questa. Sai quanti bambini ci vogliono per dipingere una parete?”
“No, Gino.”
“Uno solo… ma devi lanciarlo molto forte!”
Scoppiamo a ridere tutti e due.
Katia fa una smorfia di disgusto. “Gino, che schifo, piantala. E tu.. non so come fai a trovare divertenti queste stronzate!”
Io cerco di riprendere un’espressione seria, ma non resisto a lungo. La ridarella, quando arriva, è irrefrenabile. Chi era che aveva scritto un elogio a Re Riso? Quando arriva, e prende possesso dei nostri corpi, è impossibile resistergli. Poe? o Montague Rhodes James? No, forse era Conan Doyle. Inutile, non me lo ricordo.
Devo sedermi per terra, gli addominali doloranti per le risate.
Guardo Katia: si è girata dall’altra parte, le mani sulle orecchie. Per non sentire le battute, o le nostre risate? Mistero. Mi avvicino. Quando è imbronciata è bellissima.
“Ehi…” le faccio.
“Non c’è ‘ehi’ che tenga con me. Le vostre porcate non mi divertono.”
“E dai…”
“No, vai via. Non ti voglio.”
Le passo una mano sui capelli sporchi di terra. Accosto il volto al suo, e due secondi dopo la sto baciando. Donne.
Sento da lontano otto rintocchi suonare. Cazzo se vola il tempo, quando stai con gli amici. Malvolentieri, mi stacco da Katia.
“Ragazzi, è tardi.”
“È già ora?”
“Eh.. purtroppo sì”
Il viso di Katia si rannuvola. Cazzi suoi, comunque. Già abbiamo poco tempo da passare insieme: se lei lo spreca tenendomi il broncio, ha poco da lamentarsi.
“Dai, amore” le faccio.
Lei non dice niente, e si mette in silenzio davanti alla buca. Non le piace, lo so, ma non c’è altro modo.
Tiro fuori la Glock. Il colpo la prende sulla tempia destra, e senza un gemito la vedo cadere nella fossa.
Tocca a Gino.
“L’ultima?” mi fa.
Sorrido. “Ok.”
“Sai cosa fa una bambina in una pozza di sangue?”
“Sentiamo.”
“Mastica una lametta!”
Scoppiamo a ridere entrambi. Non riesco a trattenere le risate neanche mentre il proiettile entra nell’occhio destro di Gino. Neanche mentre con la vanga copro di terra i loro corpi.
Non vedo l’ora che ritornino.

Oh, well, take your time.

Oh, well, take your time.

“E qui, mi scusi… la data si riferisce al mese in cui scade il bollo o a quello successivo?”
“Qu-quello successivo. Qu-quindi, se il su-suo bollo è scaduto a fe-febbraio… de-deve indicare ma-marzo.”
Z. lanciò un’occhiata di traverso all’impiegato, che si irrigidì dietro lo sportello.
“Che le prende? Non la mangio mica, sa?” fece Z. sorridendo.
“N-no, mi scusi, io…”
“Sì, lo so, sto facendo coda, vero? abbia pazienza, ho quasi finito. Ora, sotto detrazioni speciali, devo indicare qualcosa di particolare?”
“È l-lo spazio riservato a-ai ve-veicoli commerciali. S-se la sua auto…”
“Ah, no, è un’auto a uso privato. Quindi, ora firmo qui, e qui..” fece, mentre la stilografica volteggiava veloce sul modulo di carta giallognola.
“Fatto! Quanto le devo?” chiese.
Tremando, l’impiegato ticchettò sulla tastiera. Una somma comparve sul display verdastro, che giaceva scomposto in mezzo a frammenti e spuntoni di vetro.
Z. trasse dal portafogli due o tre banconote, che porse all’impiegato.
“Ecco a lei! Sa, non capita tutti i giorni di trovare una persona paziente e disponibile come lei. Le auguro buon giorno!”
Fischiettando, Z. si voltò verso l’uscita. Sorrise alla bambina che lo fissava, gli occhi vitrei e immobili.
“Buona giornata a te, cara. E spero che tu abbia imparato a non infastidire i signori in coda…” e lanciò uno sguardo ai due corpi accatastati contro il muro “…anche quando non si dimostrano certo un esempio di educazione.”
Uscì, lasciando a ogni passo impronte vermiglie sul marciapiede. In lontananza sentì il suono delle sirene. Fece spallucce.
Mica cercano me, pensò. Io, il bollo, l’ho pagato.