Non sempre uno mangia tutto quello che ha nel piatto (Parte I)

Eccola qua, Villa Ragagnin. E che cazzo, quante volte ci sono passato davanti, pensando a quanti soldi dovevano avere i proprietari. O meglio, quanti se ne fossero mangiati, dato lo stato di fatiscenza in cui versava un po’ tutta la facciata. Adesso che ho oltrepassato il cancello, e parcheggiato a lato della barchessa, capisco che avevo ragione. Spero almeno che all’interno abbiano fatto un po’ di ristrutturazione con gli incentivi, penso.

“Amore… amore, cosa c’è? ci sei rimasto male?” mi fa Greta.

“No,” faccio. “Anzi, mi piace.”

“Amore! come fa a piacerti una merda del genere? Se potessi venderei tutto. Anzi, stai tranquillo che appena i vecchi schiattano…”

“Seee, Pietro Maso due” dico spintonandola.

Greta DarkDeathAngel, belva del cubo del Lynx di Vicenza e del Vinile di Bassano, sogno erotico burlesque e perverso di tutti i dark/goth/cyber del nordest, all’improvviso non fa più paura come quando sguaina le zanne da vampira nel buio della discoteca. Adesso è solo la contessina Greta Ragagnin da Cazzago di Pianiga, erede di una sterminata campagna con annessa villa palladiana. Un letamaio dove anche le mucche, lasciate allo stato brado, cacciano in branchi.

La nostra temporanea escursione nella sua madrepatria si deve alla betonega di sua sorella, che si è lasciata sfuggire coi genitori che “La Greta gà el moroso”. Quindi, per festeggiare il ventunesimo compleanno della contessina, giunge l’indeclinabile invito a pranzo, cravatta bianca, r.s.v.p., eccetera.

Ora, come rappresentanti dell’aristocrazia terriera del basso Veneto, i genitori di Greta non vedono di buon occhio la sua indole cimiteriale. Sono gente all’antica, parecchio religiosa e (mi si dice) restia alle novità.

Quindi, secondo il copione da noi preparato, durante il pranzo in famiglia di oggi – a cui verrò presentato ufficialmente come fidanzato di Greta – celerò la mia identità di Leo Morgan, superstar dj, e reciterò la parte del Bravo Ragazzo Leonardo Morgano, arrivato giusto in tempo a riportare la figliuola prodiga (o, in questo caso, Prodigy) sulla retta via.

“Un ingegnere.”

“No, che palle. Odio gli ingegneri.”

“Ma i tuoi no. Dai, ingegnere va bene. Sarò ingegnere.”

Mentre varchiamo il cancello d’ingresso, Greta si mangia le unghie pittate di nero. È nervosa. Pensa che io non sia in grado di recitare. Io invece sono tranquillo: c’è una cosa che Greta non sa.

Io sono davvero un ingegnere.

(continua)

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