Qualsiasi cosa

“Dico a te, straniero. Che ci facevi qui?”
Lo sconosciuto non rispose, immerso nei propri pensieri.
“È inutile. Non parla, anche se sembra capire quel che diciamo. E non c’è verso di togliergli di dosso quel cazzo di impermeabile” esclamò il Coroner.
“Vuoi rispondermi?” fece ancora lo sceriffo Hansen.
Di nuovo nessuna risposta.
“Jeff, dammi una mano ad ammanettarlo. E vedi di trovare un paio di forbici, o qualcosa, per togliergli questo fottuto mantello.”

“Lascia che spieghi la tua situazione. Sei stato trovato accanto al cadavere di Rio Feldman, residente nella nostra tranquilla Kingsport. Tranquilla fino a oggi, perlomeno. Nessuno ti ha mai visto prima di stasera, né ti degni di dirci una singola parola per scagionarti…” si avvicinò, strattonando il cappuccio di tela cerata stretto intorno alla testa del forestiero “…né riusciamo a toglierti questo merdoso impermeabile! Si può sapere chi cazzo sei, cristo di un dio?
“Si calmi, sceriffo! Il Coroner ha già detto che il ragazzo è morto d’infarto, quindi questo povero diavolo non c’entra…”
“…lo so, Jeff, per la miseria! Ma questo vagabondo mi dà sui nervi!”
Un lungo sospiro provenne dalla figura ammantata. Il silenzio calò nella saletta.
“Vagabondo… sì, forse è questo che sono diventato.”
Hansen si irrigidì. Non era la voce di un tramp, quella.
“Tu… puoi parlare?”
“Non amo farlo. Ogni volta che lo faccio, succede qualcosa di brutto. Come stasera, per esempio.”
L’unica parte visibile del forestiero erano gli occhi, ma da essi riusciva a trasmettere una tristezza infinita.
“Che… che è successo a Feldman?” chiese Hansen.
Il forestiero emise di nuovo un lungo sospiro. Poi continuò.
“Quel ragazzo… Feldman, stava cambiando una gomma lungo il bordo della strada. Mi sono fermato a guardarlo, più per curiosità che per dargli una mano. Lui non sembrava infastidito, anzi, ha fatto volentieri due chiacchiere con me. Sono sempre molto solo, quindi mentre lui lavorava, io, beh… gli ho raccontato la mia storia.”
“La tua storia?”
“Sì.”
“Che ne dici di raccontarla anche a noi, allora?” fece Hansen, lanciando uno sguardo d’intesa a Jeff.
Altro sospiro. Dopo una breve pausa, il forestiero riprese.
“Sceriffo, quand’era piccolo, cosa sognava di diventare?”
“I-io? beh, un poliziotto, come mio padre. Ma che c’entra questo?”
“C’è riuscito, vedo. Complimenti. Non è da tutti. Soprattutto quando si desidera diventare qualcosa di molto impegnativo. L’astronauta, il divo del cinema… o qualcosa di più. Come me.”
“In che senso?”
“Vede, tutte le notti pregavo Dio di esaudire il mio desiderio. Piangevo fino a svegliarmi col cuscino fradicio. Poi, una notte, l’ho sognato.”
“Chi? Dio?” chiese Hansen, convinto ormai di avere a che fare con uno svitato.
“Sì. E quando mi sono svegliato, lui mi aveva ascoltato. Ero diventato quello che avevo sempre desiderato essere.”
“E cioé?”
Qualsiasi cosa” disse lo sconosciuto, mentre il suo impermeabile cadeva a terra.

Mentre lasciava la centrale immersa nel silenzio, si chiese quale fosse stato l’ultimo pensiero dei due poliziotti. Probabilmente erano già morti prima ancora di toccare terra: la mente umana è troppo fragile per sostenere la vista dell’infinito.
Tranne che per me, pensò. Oh, già, ma io non sono più umano.
Sono qualsiasi cosa.

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