Discrezione

Credetemi, Jarvis Fett non era una cattiva persona. Pacato, discreto, mai una lamentela in vent’anni. Se ve lo dico io, che sono il portiere del suo condominio, potete fidarvi.
Ricordo ancora il giorno in cui si trasferì qui. L’appartamento era ridotto piuttosto male. Il suo inquilino precedente era stato uno di quegli hippies tornati dall’India con la testa piena di discorsi sulla mente libera. Alla fine, la sua era diventata così libera che un giorno se n’era volata fuori dal cervello per non tornare più.
Quando diedi a Fett le chiavi, il Coroner aveva appena chiuso le porte del furgone per portare via il cadavere. Nel soggiorno si sentiva ancora l’odore di morte rancida, inevitabile quando un disgraziato riesce nel deprecabile intento di non farsi scoprire per una settimana dopo essere morto.
Ma Fett non si era lamentato. Anzi, mi aveva assicurato che si sarebbe occupato lui di tutto. Quando due giorni dopo andai a portargli il contratto della British Telecom, non credevo ai miei occhi. Perdio, neppure da nuovo quell’appartamento era stato così pulito!
Davvero, non ho altre parole per definirlo. Fett era un inquilino modello. In vent’anni non ha mai mancato una rata dell’affitto, anzi alle volte, quando mi vedeva in difficoltà, pagava in anticipo. Insomma, una mano lava l’altra, e quindi era normale per me aiutarlo quelle poche volte che mi chiedeva un favore.
Per esempio, quella volta dei barili. Fett faceva il contabile, ma nel suo tempo libero – e ne aveva tanto, perché non aveva parenti stretti né amici, a quanto ne so – diceva di interessarsi di chimica. Quindi, pochi mesi dopo il suo arrivo, gli detti una mano a portare nel suo appartamento una decina di fusti di sostanze varie. Acidi, credo. Ogni tanto, quando finiva qualcosa della sua scorta, mi mandava in qualche consorzio o qualche ditta a ordinargliene dell’altra. Io non ho neanche finito le elementari, quindi non so che roba fosse: mi dava un foglietto con quel che gli serviva e la quantità, e tutto finiva lì. So che doveva essere roba pericolosa, perché più di una volta mi aveva pregato di non far parola con nessuno di quel che si faceva arrivare. Io mi preoccupai un po’, ma non più di tanto, perché – come ho detto – non era affatto una cattiva persona, e sembrava sapere quel che faceva. Dopo un po’ la paura che facesse saltare il palazzo mi passò, e lo vidi solo per quel che era davvero: un simpatico scapolo di mezz’eta, con l’hobby della chimica.
L’altro divertimento – che Dio mi perdoni – che si permetteva ogni tanto, era un po’ di compagnia femminile. Per carità, non di quella a pagamento, se non mi fossi spiegato. Le signorine che gli facevano visita erano tutte di buon gusto ed educazione, e finché gli altri inquilini non si lamentavano, a chi importava?
Del resto, Fett era pur sempre un uomo distinto e per certi versi piacente, e riscuotere un certo successo con l’altro sesso non era di certo un crimine.
Questo, e niente di più, era il mio rapporto con Jarvis Fett. Ma ora mi si accusa di colpe orribili, a cui io sono totalmente estraneo.
Lo giuro, non è che non mi sia accorto che le signorine che andavano a trovarlo non uscivano mai dal suo appartamento! Credevo davvero che rincasassero prima che io mi svegliassi, come lui mi assicurava! E il fatto che ce ne fosse una diversa ogni volta, lo attribuivo al savoir faire di Fett!
E lo giuro sul mio onore, non sono davvero mai entrato nell’appartamento di Fett, dopo quella volta di vent’anni fa! Provvedeva a tutto da sé: riparazioni, pulizie… si ritirava persino la posta da solo! Per questo, prima di stamattina, quando la polizia ha fatto irruzione nelle sue stanze, non avevo mai visto la collezione di bianchi, lucidi e pulitissimi scheletri che quel pazzo maniaco teneva nell’armadio!

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