Anima Nera

“Fottiti, Preston. Ti ho detto che White non ha tempo, adesso.”
“Ma ho rifatto le analisi tre volte!”
“Stronzate. Paranoie da ricercatore. Sta funzionando tutto alla perfezione, e lo sai.”
“Non possiamo esserne certi. In Florida…”
“È vietato parlarne, Preston. Ricordati che sei qui grazie a tuo zio, ma non conti un cazzo. E adesso aria.”
Detto questo, Lucas mi aveva chiuso la porta in faccia.
Ed era vero, pensai mentre scendevo la scalinata. Se mi trovavo su quella piattaforma dispersa nel Mare del Nord, lo dovevo a Edward White, mio zio, direttore della squadra 11-A della British Petroleum. Aveva accettato di farmi completare la tesi sui pozzi anomali: giacimenti in cui il petrolio non impregna le rocce, ma forma grandi laghi sotterranei.
Non ne erano stati trovati molti, e l’unico che fosse stato mai trivellato si era rivelato un disastro finanziario e mediatico, diventando un argomento tabù all’interno dell’azienda.
E ora che ne avevo uno a mia disposizione, rischiava di finire tutto all’aria, o peggio. Due ore più tardi, ne avrei avuto la conferma.

Il viso terreo, Lucas aveva spalancato la porta del mio container. “Preston…” riuscì a dire, prima che un altro stridore agghiacciante risuonasse dal basso. Attese per alcuni eterni istanti che il suono cessasse. Poi continuò.
“…tuo zio vuole vederti”.
Annuii, e lo seguii lungo la scalinata che conduceva al piano superiore.
A metà della salita un nuovo, raggelante rumore pervase l’aria. Come a rispondere quel lugubre suono, la scalinata e tutta la piattaforma cominciarono a tremare violentemente. Lucas fece appena in tempo a reggersi al corrimano, per evitare di essere scagliato in mare.
“Cristo! anche questo, adesso!” gridò.
Appena il rumore si affievolì ci precipitammo nell’ufficio di mio zio, sbattendo violentemente la porta dietro di noi.
Mio zio ci fissò con uno sguardo preoccupato.
“Thomas, che sta succedendo?”
“Io… Io penso che… se avessi potuto… ieri mattina…” annaspai, ancora senza fiato per la frenetica salita.
“Lucas, di che sta parlando?”
“Signor White, io.. non credevo che…”
“Non importa. Thomas, dimmi che cos’è.”
Mi trascinai fino alla sua scrivania.
“Zio, ascolta… Ho ricontrollato tutto tre volte. La viscosità del greggio, la conformazione geologica del pozzo, i parametri di scavo… è tutto come in Florida.”
Mio zio sbarrò gli occhi, ma non disse nulla.
“E soprattutto, la temperatura. L’ho monitorata da quando siamo arrivati, ed è troppo alta. Superiore a quella che si dovrebbe registrare a quella profondità. Se riuscissi a riprodurre le reazioni che ho ipotizzato sui campioni, allora avrei la conferma che tutto questo è causato da una qualche forma di…”
Un nuovo stridore ci interruppe.
“Tenetevi!” gridò Lucas. Feci appena a tempo ad aggrapparmi ad una maniglia, quando l’intera piattaforma cominciò a oscillare violentemente.
Mio zio bestemmiò inferocito, mentre le oscillazioni a poco a poco diminuivano. Poi si rivolse a me.
“Thomas… non mi interessa cosa hai ipotizzato o meno. Dimmi come faccio a rimettere in funzione le maledette trivelle!”
Lo guardai incredulo.
“Zio… allora non mi ascolti, o fai finta di non sentirmi. Ti sto dicendo che c’è qualcosa di vivo, là sotto!
Per un istante vi fu il silenzio assoluto. Poi udimmo il boato, e le urla.
Ci affacciammo all’esterno. Le pompe dovevano essere esplose, perché dal settore di trivellazione si udivano gli operai gridare. Ci avventurammo fino al parapetto per avere una visuale migliore. Vorrei non averlo fatto.
Avevo visto trivelle guastarsi e il petrolio fuoriuscire incontrollato in Alaska e in Canada, ma qui c’era qualcosa di terribilmente sbagliato. La viscida marea nera, nello sgorgare impetuosa dal pozzo inghiottendo gli operai ancora vivi, si muoveva con metodo.
Quando la vedemmo dirigersi su per le scale, ci affrettammo a tornare nell’ufficio; mentre stavamo per chiudere la porta alle nostre spalle, però, un nuovo fragoroso scossone inclinò l’intera piattaforma di quindici o venti gradi. Perdemmo l’equilibrio, e ci trovammo sbalzati al capo opposto della sala. Lucas si precipitò a chiudere il portellone, ma era troppo tardi. La cosa nera era già sulla soglia, e lo ghermì, sottraendolo alla nostra vista. Poi si sollevò, e ci guardò. Dio, non aveva occhi, eppure potevo sentire il puro odio che emanava!
Non so come mi accorsi dello sgabuzzino. Serviva per contenere alcune apparecchiature elettroniche, quindi era a tenuta stagna. Lanciai un grido a mio zio e mi tuffai verso la porta semiaperta, sperando di essere più veloce della cosa.
Io ci riuscii: non così mio zio. Con le lacrime agli occhi chiusi il portellone ruotando la pesante maniglia, mentre le sue grida si facevano sempre più flebili.

I rumori sono sempre più forti. Non so per quanto resisteranno ancora le pareti: ogni tanto un rivetto schizza via dalla sua sede, facendomi sussultare. Ho un solo desiderio: che placata la sua furia su di noi, la Cosa ritorni da dove è venuta.
E che sia l’unica.

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