Nemici (Parte III)

(La prima parte qui, la seconda qui)

Dopo aver cenato con Noha ed essermi ritirato nella stanza messa a mia disposizione, mi tranquillizzai. Ripensai all’oggetto e, sgombrata la mente dalle suggestioni evocate da Noha, lo vidi per quello che era: una prova dell’esistenza della Città.

A questo punto, però, un altro interrogativo si affacciava alla mia mente. Se la Città era giunta ad un livello di abilità così elevato da creare l’Oggetto, mi domandai quali potessero essere le sue capacità belliche. Alessandro non poteva rischiare di condurre l’esercito contro un nemico dalla forza sconosciuta. Era necessario che raggiungessi la Città. Se le distanze sulla mappa erano affidabili, avrei potuto raggiungerla in quattro giorni; e se, come asseriva Noha, c’erano altri villaggi prima della città, avrei potuto anche ottenere qualche altra informazione. Era però necessario che portassi l’oggetto con me, per non essere creduto pazzo: e quando fui certo che Noha dormisse, uscii dalla stanza.

La serratura dello studio era rozza e mal costruita, e fu facile forzarla. Afferrata la cassa, mi dileguai. Individuai la mia cavalcatura, che i contadini del villaggio avevano legato appena fuori dalla porta della casa di Noha, e lasciai il villaggio.

Un paio di giorni dopo il sentiero cominciò ad essere più impervio, riducendosi a una mulattiera che si inerpicava su per la montagna nebbiosa. Per fortuna avvistai quello che doveva essere l’ultimo villaggio prima della Città, un ammasso disordinato di capanne e tende dismesse. I pochi abitanti parlavano un misto di elamita e sanscrito, e riuscii a convincerli a farmi parlare con il loro patriarca.

L’uomo, di nome Keos, era poco più che un rozzo contadino, e non si mostrò accogliente come Noha. Ordinò che mi fossero dati cibo e acqua, ma niente di più.

Ero deciso quindi a lasciare il villaggio senza aver concluso nulla, quando una ragazza di poco più di vent’anni mi si avvicinò.

“È vero che cerchi la Città?”

“Puo’ essere. Tu chi sei?”

“Mi chiamo Lua. Sono la figlia del patriarca. Conosco Noha. Ogni tanto andiamo nell’altro villaggio a scambiare cibo e utensili. Quella cassa è sua, vero?”

“Sì, me l’ha data lui” mentii.

“Menzogne. Noha non se ne sarebbe mai separato. Quand’ero piccola fu la mia famiglia a soccorrerlo quando tornò indietro dal valico, e ho visto la cosa. Ha cercato di fermarti, e tu gliel’hai rubata.”

Feci un mezzo sorriso. La ragazza era sveglia.

“Non importa. Io ti posso portare fino a dove è arrivato Noha. In cambio, tu mi porti via da questo posto.”

“Affare fatto”.

“Perfetto. Ora ti mostro dove puoi lasciare il cavallo. Da lì in poi, si va a piedi.”

Avevo seguito Lua lungo le strette gole disseminate di burroni e voragini. Più di una volta il peso della cassa aveva rischiato di farmi precipitare, ma tanta fatica era stata premiata. Di fronte a noi stava una ripida parete di roccia, che bloccava come un muro il passaggio nella gola. Una parte di essa era franata, ma scalarla rimaneva comunque un’impresa non da poco.

“Noha è arrivato fino a qui. Io non ho mai avuto il coraggio di andare oltre.”

“Ti ringrazio. Puoi aspettarmi qui, se vuoi.”

Esitò per un istante. Poi scosse la testa.

“No. Anche io voglio vedere la Città.”

Cominciammo la scalata. Ci vollero diverse ore, ma alla fine, con i muscoli doloranti per lo sforzo, ci ritrovammo dall’altra parte, dove la discesa fu molto più facile. La nebbia copriva ogni cosa, limitando la nostra visuale ad una ventina di metri.

Avanzammo con cautela, sussultando a ogni forma spettrale che sbucava dalla nebbia, che immancabilmente si rivelava essere un albero morto o un masso di forma insolita.

Ad un tratto feci un cenno a Lua con la mano. Davanti a noi, seminascosto dalla vegetazione, si stagliava un edificio di dimensioni colossali. Man mano che ci avvicinavamo, la nebbia si diradava, permettendoci di vedere oltre. Il sangue si gelò nelle mie vene qundo mi accorsi che l’edificio era solo il primo di una colossale città, su cui probabilmente eravamo i primi a posare gli occhi da chissà quanti anni.

La cosa che mi colpì fu però il silenzio. Solo il fischio del vento interrompeva di tanto in tanto la quiete di quel posto.

Avanzando nella città, ci rendemmo conto di quanto fosse tutto troppo innaturale. Sebbene le costruzioni fossero immerse nel verde, non un suono proveniva dalla foresta. Dov’erano tutti gli animali?

(Continua…)

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