Nemici (II Parte)

(Prima parte qui.)

L’aurora mi vide diretto verso uno dei villaggi a nord dell’accampamento. La mia missione era semplice: trovare riscontro dell’esistenza della Città, informarmi su chi la abitasse e su quali fossero le vie di comunicazione per raggiungerla. Se possibile, scoprire se vi fosse o meno un esercito a difenderla.
Alessandro aveva tentato di ottenere queste informazioni interrogando i prigionieri indiani, ma si erano rifiutati di parlare. Lo stesso Poro, scuotendo il capo, si era limitato a mettere in guardia Alessandro contro la sua stessa sete di conquista. Ma tutto ciò aveva ottenuto l’effetto opposto sul re. Ora più che mai necessitava di un nuovo traguardo. Allettati dalla possibilità di un bottino mai visto prima, i soldati non si sarebbero fermati davanti a nulla, e la gloria di Alessandro non avrebbe avuto confini. Ma dovevo far presto: il re poteva prendersi non più di un mese o due di tempo, prima che le truppe divenissero incontrollabili.

Fu dopo tre settimane di viaggio che avvistai le prime colline, e con esse, il primo insediamento di una certa grandezza. Finora avevo trovato miseri aggregati di quattro o cinque famiglie, disposte a elemosinarmi un po’ di cibo. Ma già da dieci giorni non vedevo altro che lande deserte, e vedevo con preoccupazione le mie provviste iniziare a scarseggiare.
Fu quindi con sollievo che raggiunsi il bizzarro villaggio dai tetti a punta, arroccato su di un pendio roccioso avvolto nella nebbia.
Chiesi al primo contadino dove potessi trovare ristoro, ma, come mi aspettavo, non parlava greco, né elamita, né aramaico. Tentai infine con quel po’ di sanscrito che masticavo, ed ebbi qualche risultato. Il contadino andò a chiamare un compagno, e a cenni mi condussero presso un’abitazione in fondo al villaggio. Si presero cura della mia cavalcatura, mentre mi facevano segno di entrare.
Sulla soglia, un vecchio mi osservava con di curiosità. Mi avvicinai, abbozzando qualche parola in sanscrito, ma inaspettatamente si rivolse a me in greco.
“Salute a te, o viaggiatore. Il mio nome è Noha. Entra: anche per noi l’ospitalità è sacra.”
Il suo tono pacato mi rassicurò. Non avevo nulla da temere da questa gente.
“Salute a te, Noha. Io sono Kratos di Pella, e accetto volentieri il tuo invito.”
Lo seguii all’interno dell’abitazione. Il villaggio sembrava composto per lo più da contadini e pastori, ma Noha era senza dubbio un erudito. Centinaia, forse migliaia di rotoli coprivano le pareti della casa.
Ci sedemmo. Noha, dopo avermi offerto un infuso caldo dal sapore vagamente speziato, mi interrogò.
“È raro per noi ricevere visitatori. Mi chiedo cosa ti abbia portato in questo villaggio, Kratos”.
Decisi di rimanere sul vago.
“Sono un cartografo. Da tre anni attraverso l’Asia, per perfezionare e completare le opere dei miei predecessori greci. Non mi interessa la valle dell’Indo: Per la fine dell’anno Alessandro avrà conquistato tutto il possibile, e l’esercito di cartografi al suo seguito farà il resto. Io voglio ben altro. Se torno in patria con le mappe del Settentrione sconosciuto, il mio nome sarà ricordato alla pari di quello di Ecateo.”
“Conosco le opere di Ecateo. Mirabili, ma… incomplete. Ebbene, Kratos, come posso esserti utile nella tua ricerca?”
“Alcuni contadini dell’Idaspe mi hanno parlato di una città favolosa, sterminata, che si stenderebbe a circa un migliaio di stadi a nord di qui” mentii. “Mi chiedevo se potessi parlarmene, e magari darmi qualche indicazione su come raggiungerla.”
Noha aggrottò le ciglia.
“Chi te ne ha parlato doveva essere molto stupido, o un pazzo. Non esiste una città del genere.”
Ma ormai l’esca era tesa.
“Davvero? Eppure sembravano molto convinti di quello che dicevano. Ci sono due torrenti che la attraversano, e quattro colline…” proseguii, citando a memoria dalla rappresentazione della Città sulla mappa di Alessandro.
Vidi Noha impallidire.
“Sembra… sembra che la tua ricerca sia stata alquanto meticolosa, Kratos. È vero, la città esiste. Te ne parlerò, ma devo chiederti di lasciar perdere il tuo progetto. Gli dèi non hanno piacere che l’uomo vi posi piede: men che meno, che qualcuno mostri ad altri la via per raggiungerla.”
Sorrisi.
“Sono un uomo di parola, Noha. Non è mia intenzione violare ciò che è sacro per un altro popolo: e ti assicuro che la mia curiosità è solo frutto dell’amore per la conoscenza.”
La mia recita sembrò rassicurarlo. Si alzò e mi fece cenno di seguirlo. Mi condusse in un’altra stanza, che era chiusa a chiave.
Il nuovo ambiente era relativamente più spoglio. Un tavolo, uno scaffale e una grande cassa, di circa un metro di lato, erano l’unico arredamento.
Noha prese una pergamena dello scaffale. Mentre la srotolava, riconobbi una copia della mappa di Alessandro.
“Esistono solo due copie di questa mappa. Una è nelle mie mani. Dell’altra si sono perse le tracce un centinaio di anni fa. Qualcuno dice che si trovi a Persepoli, ma non ne sono sicuro.”
Indicò la Città con il dito ossuto.
“Anche io, nella mia gioventù, ho avuto il tuo stesso ardire. Mi sono recato prima in Persia, poi in Grecia, per apprendere l’arte della cartografia. Arrivato qui, vent’anni fa, ho cercato di raggiungere la Città. Mi sono dovuto arrendere: quello che sembrava essere l’unico passaggio era inaccessibile a me, ormai anziano. Nessuno aveva voluto assistermi nella mia impresa: e in ogni caso, nessuno di certo si sarebbe avventurato lì dopo aver visto ciò che riportai indietro da quell’esplorazione” disse, indicando la cassa.
Mi fece cenno di posarla sul tavolo. La sollevai, e subito mi sorpresi di quanto pesasse. Mi chiesi come aveva fatto Noha a trasportarla fino al villaggio.
“Lo trovai al di là dell’ultimo villaggio conosciuto della montagna. Sembrava essere lì da molto tempo. Vi erano tracce di una frana, ma mi aspettavo di trovare almeno qualche resto di chi lo portava. Invece non trovai un solo osso. Ad ogni modo, mi sconcertò a tal punto che decisi di non tornare più lassù.”
Il vecchio sollevò il coperchio. Ai miei occhi apparve il più strano artefatto che avessi mai visto. Ero stato a Rodi e avevo visto le meraviglie meccaniche degli artigiani di laggiù, ma nulla di lontanamente comparabile a questo.
Una specie di telaio arcuato sorreggeva una serie di leve, tiranti e molle interconnesse tra loro da meccanismi infinitamente piccoli secondo una geometria sconosciuta. Lungo l’asse maggiore della cosa si protendevano a distanze apparentemente irregolari delle punte acuminate. Una parte del telaio sembrava tagliente, ma l’impressione generale era che tutto l’oggetto fosse stato pensato per ferire, lacerare e distruggere.
Allungai una mano per toccarlo, ma Noha mi fermò. Fu allora che notai che gli mancavano due dita della mano destra.
“Non so che cosa sia questo oggetto. Ma se proviene dalla Città, è mio dovere fermare chiunque tenti di disturbare la quiete di quel luogo. Nulla è mai giunto dal valico oltre le montagne, e così dovrà essere in eterno.”
Con queste parole Noha mi invitò ad uscire dalla stanza. Mi pregò di fermarmi a riposare in casa sua quella notte: l’indomani sarei ripartito alla volta di casa, con la promessa di non parlare a nessuno della Città. Accettai il suo invito: nondimeno ero sicuro che non avrei dormito affatto, sapendo che poteva esistere una civiltà in grado di costruire quell’abominio meccanico.

(Continua…)

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