Come è scritto

Come è scritto

“Sta guardando te.”
“Dai, smettila.”
Ma era vero. Ormai da qualche minuto il biondino al bancone le teneva gli occhi puntati addosso. E non mi dispiace affatto, pensò.
“Ti lascio il campo libero” disse Sara, alzandosi e raccogliendo la borsetta. “Ma domani voglio un resoconto completo, porno incluso”
“Dove vai? Piantala” cercò di trattenerla Alice, ma ormai Sara era già quasi fuori dal locale.
“Datti da fare, zoccola. A domani!”
“Stronza” le rispose Alice ridendo.
Da sei mesi si era lasciata con Erik, e dopo un ragionevole periodo di rifiuto per qualsiasi essere vivente di sesso maschile, da qualche settimana aveva deciso di riprendere a godersi la vita. Sara l’accompagnava volentieri, anche se poi nessuna delle due combinava niente di più di un’amabile chiacchierata con qualche affascinante sconosciuto.
Ma l’affascinante sconosciuto di stasera sembrava promettere bene.
Sara ci aveva visto giusto: il biondino si alzò dallo sgabello per avvicinarsi al suo tavolo.
“Sembra che la tua amica ti abbia lasciata sola.”
“Così pare” rispose Alice sorridendo.
“Scusami se te lo dico, ma mi pare una gran villania” scherzò.
“Eh, sì. La mia amica è una gran villana.” Da vicino era ancora più bello.
“Permettimi di riparare facendoti un po’ di compagnia.”
“Permesso accordato.”
“Ti ringrazio. Io sono Daniel.”
“Alice.”
“Alice… che nome meraviglioso. Dunque, Alice, perché non mi racconti qualcosa di te?”

“E così insegni matematica? Io l’ho sempre odiata, mi dispiace” disse Alice porgendo il bicchiere vuoto alla cameriera.
“Lo so, la odiano tutti… Ma è come una donna misteriosa e riservata. Ci vuole una persona speciale per carpirne i segreti, e comprenderne il fascino” rispose lui, con un sorriso che aveva ben poco del matematico.
“Siamo modesti, eh?”
Daniel scoppiò a ridere. “No, non mi riferivo a me. Intendevo dire che molti artisti e letterati si sono interessati di matematica”
“Ma va? Io pensavo fosse una cosa da cervelloni.”
“Nient’affatto. Anzi, è strano che proprio tu non lo sappia.”
“Che vuoi dire?”
“Alice… Alice nel paese delle meraviglie. Attraverso lo specchio.  Lewis Carroll. Hai presente?”
“Hai voglia. Letti e riletti.”
“Ecco. Carroll era appassionatissimo di matematica e logica. Ne troverai molti accenni nelle sue opere. Ad esempio, quando Alice si ferma a prendere il tè…”
Alice notò come i suoi occhi brillassero al nominare Carroll.
“Ne parli come se fosse il tuo idolo” azzardò.
“Beh, ammetto che è stato una fonte d’ispirazione per le mie ricerche.”
“Dicono anche che fosse pedofilo”.
Touché. Beviamo ancora qualcosa?”

“Beh, sono solo le quattro. Facciamo un salto da me?”
Era ora che ti decidessi, pensò Alice. Ma… come dice sempre Sara? Fatti desiderare.
“Già, ‘solo’ le quattro… non lo so, è stata una giornata lunga.”
“Che c’è non ti fidi? Hai paura di scendere nella tana del Coniglio Bianco?”
Alice rise. “No, figurati. Ma se non dovessi trovare il Paese delle Meraviglie, potrei restare delusa.”
“Ti prometto che non lo sarai” le disse, con un sorriso che dissolse gli ultimi dubbi di lei.
Oh, al diavolo Sara e le sue regole. “D’accordo. Corri, o Coniglio Bianco, e io ti seguirò.”
Lui la condusse attraverso i due isolati e il piccolo parco che li separavano da casa sua.
“È qui” disse lui infilandosi in un vicoletto della parte vecchia della città. Il palazzo appariva abbastanza malridotto, ma l’ingresso sembrava essere molto più recente, forse rifatto da poco.
Daniel, spalancato il portone, si inchinò con un gesto teatrale.
“Dopo di lei, signorina Alice”.
Alice, divertita, fece una riverenza. “La ringrazio, signor Coniglio”.
L’entrata era immersa nel buio e Alice attese che Daniel accendesse una luce. Lo sentì chiudere il portone dietro di sé. Ma nient’altro.
“Daniel? potresti accendere la luce?”
“Sì, scusami… un attimo.”
Uno strano ticchettio irregolare attirò l’attenzione di Alice. Per alcuni interminabili istanti fu l’unico suono a rompere il silenzio della stanza.
Alice si voltò per chiamare Daniel, ma non fece a tempo. Una morsa d’acciaio la strinse attorno alla vita immobilizzandole le mani lungo i fianchi, mentre una presa altrettanto forte le premeva un fazzoletto contro la bocca e il naso. Poi i sensi l’abbandonarono.

Ci volle un po’ perché il suo cervello collegasse ciò che vedeva con gli ultimi confusi ricordi della serata. Le sembrava di avere la testa immersa in una fitta nebbia, e gli occhi si rifiutavano di mettere a fuoco gli oggetti che la circondavano. Poi udì il ticchettio – lo stesso che aveva sentito nella stanza buia – e la realtà le piombò addosso come una doccia gelata, restituendole i sensi.
Sentiva dolori e fitte varie, ma non sembrava essere ferita. Scoprì di non poter muovere mani e piedi, legati strettamente a quelli che sembravano ganci sulla parete. Un bavaglio le chiudeva la bocca, ma riusciva a respirare abbastanza bene. Alla luce fioca di decine di candele, fissate un po’ ovunque su pareti e suppellettili, riuscì finalmente a vedere dove si trovava. L’odore di chiuso e di muffa permeava l’aria, e a giudicare dall’arredamento e dallo stato della stanza, nessuno abitava lì da almeno un secolo, se non di più.
Ma la cosa che la fece raggelare furono gli oggetti sparsi sul pavimento.
Qualche mente malata aveva disposto delle carte da gioco in perfetto ordine, disposte in modo da formare due file, quasi a guardia di un immaginario passaggio che dalla porta della stanza conduceva a lei. A ogni singola carta da gioco erano stati aggiunti mani e piedi di fil di ferro e una testolina di cartone, come a formare una specie di soldatino. Ogni carta-soldato stringeva una lancia fatta da un bastoncino con un chiodo acuminato fissato alla punta.
Dove ho già visto una cosa del genere? pensò Alice, con il cuore che le batteva all’impazzata nel petto. Alice… Alice nel Paese delle Meraviglie.
Il bavaglio soffocò il suo urlo.
Un pazzo. Sono finita nelle mani di un pazzo! Signore, perché io, perché…
All’improvviso il ticchettio ricominciò. Con lo sguardo Alice cercò di individuarne l’origine, ma sembrava provenire da ogni dove.
Poi, con la coda dell’occhio si accorse di qualcosa che si muoveva sul pavimento.
Un enorme millepiedi, le cui zampette producevano il rivoltante ticchettio che riempiva la stanza, strisciava contorcendosi fra le carte-soldato. Quasi a rispondere alla sua danza, dagli scaffali appoggiati alle pareti giunsero altri rumori.
Alice quasi svenne, ma fu grata che la luce delle candele non riuscisse a illuminare l’origine degli altri suoni.
Pensa, si disse, a casa si saranno già accorti che non sei rientrata, ti staranno cercando.
Ma il pensiero di essere immobilizzata alla mercé di uno psicopatico stava per farla crollare.
Resisti. Concentrati. Andrà tutto bene. Se avesse voluto farti del male te l’avrebbe già fatto. Di sicuro è un pazzo innocuo, mentì a se stessa.
Il suo sguardo tornò a fissarsi sulle carte. Il millepiedi continuava a girarci intorno, abominevole ufficiale intento all’ispezione di un plotone partorito dalla Follia stessa.
Meccanicamente le contò. Uno, due… alla fioca luce delle candele si distinguevano appena, e più volte dovette ricominciare da capo. Erano cinquantuno. Nonostante tutto, si sorprese a chiedersi quale carta mancasse. Ma non era preparata alla risposta.
“Molto bene, Alice. Ti sei svegliata, finalmente.”
La voce sembrava provenire da una stanza adiacente. Sembrava quella di Daniel, ma eccessivamente stridula, quasi canzonatoria. Dei passi risuonarono nella penombra, sempre più vicini.
Le ci volle qualche istante prima di distinguere la figura che le si presentò innanzi. Indossava un ampio vestito da dama rinascimentale, in pessime condizioni, ma adornato in maniera eccessiva e quasi grottesca da pizzi, nastri di tulle e fiocchi di raso. Qui e là delle toppe di tessuto rosso a forma di cuore erano state cucite alla bell’e meglio, probabilmente per rammendare i punti in cui la stoffa aveva ceduto per l’età. Una cascata di riccioli neri incorniciava il volto ossuto, ricoperto di cipria, rossetto e trucco pesante, ma non tanto da renderlo irriconoscibile.
Daniel. La Regina di Cuori. Mio Dio, questo pazzo crede di essere la Regina di Cuori.
“Benvenuta nel Paese delle Meraviglie, piccola Alice.”
Alice si sentì invadere da un terrore folle mentre Daniel si chinava a raccogliere il millepiedi, accarezzandolo come se fosse un animaletto domestico.
“Vedo che hai già conosciuto il Bruco. E questi,” disse, indicando con un ampio gesto della mano le carte soldato, “questi sono i miei fedeli servitori. Ma aspetta!”
Alice lo vide correre verso gli scaffali, da dove provenivano gli altri rumori. Si avvicinò a lei tenendo in mano dei fagotti scuri.
“Ecco gli altri nostri amici: il Gatto del Cheshire, la Lepre Marzolina e il Ghiro.”
Alice trattenne un grido. Daniel stringeva tra le braccia i corpi di tre animali martoriati. Un gatto dal viso scorticato, su cui quel folle aveva tentato di ricreare un satanico ghigno. Un coniglio albino le cui orribili ferite non lasciavano dubbi su quale fosse il laboratorio da cui era scappato. Un ratto che si contorceva tentando inutilmente di aprire le palpebre cucite.
Mentre li richiudeva nelle gabbie arrugginite, si rivolse di nuovo ad Alice, tradendo una nota di eccitazione nella voce.
“Ma loro ci raggiungeranno più tardi, all’ora del tè. Ora è il momento della nostra partita a croquet!”
Si avvicinò a lei, staccandole polsi e caviglie dalla parete. Quelle che al tatto sembravano catene arrugginite continuavano però a stringerle le articolazioni, permettendole a malapena di stare in piedi. Alice si sforzò di stare immobile. Con le braccia legate dietro la schiena, avrebbe perso l’equilibrio, finendo brutalmente faccia a terra. Ripensò al millepiedi libero per la stanza, rabbrividendo, mentre osservava Daniel chinarsi a terra e appoggiare a due a due le carte soldato l’una contro l’altra.
Dopo alcuni interminabili minuti, la Regina-Daniel parlò di nuovo.
“È tutto pronto, piccola Alice. Ora ti libererò, così potremo giocare. Ma non tentare di fuggire, o sarò costretta a farti tagliare la testa.”
Il grottesco sorriso con cui pronunciò quelle parole, in un’altra situazione, sarebbe stato perfino comico. Ma in quel momento ebbe solo l’effetto di terrorizzare la ragazza. Le lacrime le scendevano lungo le guance, mentre Daniel le allentava il bavaglio.
“D-Daniel.. ti prego…”
Un’espressione di furia attraversò come un lampo il volto del maniaco.
“Che modi sono questi? A una regina ci si rivolge con ‘Sua Maestà’, non lo sai? Ragazzina impudente!” le gridò nell’orecchio destro, afferrandola per una spalla e scuotendola con violenza.
Alice si trattenne dall’urlare, sforzandosi di raccogliere gli ultimi barlumi di razionalità che le restavano.
Calmati, si disse. Accontentalo. Stai al gioco. Oh, mio Dio, fin dove vorrà arrivare?
“Mi… mi perdoni, Maestà. Sarò… onorata di giocare con lei.”
“Brava bambina. Su! non perdiamo tempo” ribatté la Regina-Daniel, riprendendo il tono cordiale di prima.
Con un sordo clangore le catene cozzarono sulle assi marce del pavimento. Alice cadde in ginocchio, stremata dalle fitte a gambe e braccia, ma soprattutto dall’orribile tortura psicologica a cui stava venendo sottoposta. Si rialzò quasi subito non appena si ricordò che il Bruco girava libero per la stanza.
Ma un ultimo abominio era in serbo per lei.
Daniel aprì un cassetto e ne trasse fuori qualcosa. Subito un immondo fetore di putrefazione riempì la stanza, tanto che Alice dovette reggersi al muro per non cadere nuovamente a terra. Conati di vomito la assalirono quando capì che quel pazzo aveva tentato di replicare persino la surreale partita a croquet tra Alice e la Regina, giocata nel romanzo con fenicotteri per mazze e ricci come palle.
Daniel reggeva in mano la carcassa putrefatta di qualche uccello da cortile, forse un tacchino o un gallo, attorno alla quale era stato avvolto dello spesso fil di ferro per mantenerla rigida. Quanto alla palla, sembrava un ammasso di carne maciullata ricoperta di moquette. Le ci volle un po’ per riconoscere il corpicino appallottolato di un riccio schiacciato da uno pneumatico.
Questo è troppo, pensò. Non ce la faccio, non…
“In quanto mia ospite, è giusto che sia tu a cominciare, piccola Alice” esordì Daniel, porgendole una delle rivoltanti mazze.
Alice si sforzò di prenderla. Il contatto con la carne fredda e molliccia per poco non la fece svenire, ma si fece forza.
“Suvvia, piccola Alice. È facile. Guarda come faccio io.”
Daniel posò la carcassa del riccio a terra e si mise in posizione di tiro, grottesca parodia di un golfista travestito.
Vedendolo così concentrato, Alice decise per un gesto disperato. Alzò la mazza sopra la testa e vibrò un colpo verso il suo folle carceriere. Ma non andò come aveva previsto. Daniel, con un movimento fulmineo del corpo, usci dalla traiettoria dell’attacco di Alice, che perse l’equilibrio.
La ragazza si ritrovò a terra, con Daniel sopra di lei a immobilizzarle il braccio armato con una mano, mentre con l’altra le tappava la bocca.
“Ragazzina, la tua sfrontatezza non ha davvero limiti. Dovrò farti tagliare la testa!” sbraitò Daniel, gli occhi fissi sulla sua vittima.
Alice, schiacciata dal peso del suo aggressore, mosse convulsamente il braccio libero sul pavimento, fino a che le dita non si chiusero su un oggetto appoggiato a terra.
Una carta-soldato.
Spinta dalla disperazione, la strinse fino a sentire la carta accartocciarsi attorno alla piccola lancia appuntita che il fante brandiva, e vibrò con tutte le sue forze un colpo diretto al volto di Daniel.
Nella stanza riecheggiò un urlo stridulo, mentre Daniel si portava le mani agli occhi.
Alice, raccogliendo una forza che non credeva di avere, ne approfittò per scrollarselo di dosso, precipitandosi verso la porta. Daniel, con la piccola carta-soldato ancora infilzata nel bulbo oculare, si mise faticosamente in piedi, intralciato dall’ampio vestito. Appoggiandosi ai mobili, arrancò all’inseguimento di Alice.
La ragazza, mentre fuggiva incespicando nel buio corridoio che si allungava davanti a lei, udì la voce di Daniel, ormai non più umana.
“Tagliatele… tagliatele la testa!”
Alice sentiva il cuore scoppiarle nel petto. Finalmente trovò qualcosa che sembrava una maniglia. Ci si gettò sopra con tutto il suo peso, finendo per ruzzolare in un altro corridoio. Rialzandosi in fretta, si diresse verso l’estremità illuminata.
Dio, fa’ che sia un’uscita. Ti prego…
“Alice!” sentì gridare dietro di sé.
Non si girò.  Continuò a correre, mentre sentiva i passi strascicati e rapidi di Daniel cercare di raggiungerla. La porta in fondo al corridoio era sempre più vicina.
Finalmente la raggiunse, ma il sangue le gelò nelle vene quando scoprì che era chiusa.
Nello stesso istante i passi cessarono. Si voltò.
Il corridoio era vuoto. Solo le macchie di sangue sul pavimento provavano che Daniel era passato di là.
Tremante, Alice riprese fiato. Poi, con circospezione, tentò di nuovo di aprire la porta. Niente da fare.
Signore, non farmi tornare di là. Ti prego, fa’ che ci sia un altro modo per uscire.
Lentamente, Alice ripercorse i suoi passi, ma senza risultato. Se c’era un’uscita, doveva essere nel corridoio buio. Rimase in ascolto, ma non un rumore ruppe il silenzio. Daniel doveva essere fuggito, o svenuto per l’emorragia.
Si fece forza e si riimmerse nell’oscurità.
Entrata nel corridoio buio rimase per qualche istante immobile, per abituare gli occhi alle tenebre. Dopo qualche istante riuscì a distinguere qualcosa.
Il vano di una scala. Come aveva fatto a non notarlo prima?
Procedendo con cautela, si inerpicò lungo le scale. Il legno scricchiolava a ogni passo e sembrava marcio. Alice si augurò che la scala reggesse il suo peso.
Arrivata al piano superiore, notò una porta socchiusa da cui filtrava della luce. L’uscita doveva essere per forza di là.
Attraversata la porta, le parve di urtare qualcosa col piede. Il cuore le si fermò per un attimo.
Carte-soldato. Ovunque. Sul pavimento, appese al muro, sulle mensole delle pareti.
La fissavano con le loro teste prive di occhi, brandendo ciascuna la sua minuscola lancia acuminata.
“Alice…” sentì provenire da un angolo della stanza. La Regina-Daniel la fissava con l’unico occhio rimastole, il volto imbrattato di sangue.
Alice fece per ritrarsi, ma sapeva di non avere scampo se fosse tornata indietro. Doveva lanciarsi verso l’uscita.
Daniel capì le sue intenzioni, e fece per afferrarla. Ma l’abito regale, già messo alla prova dalla colluttazione, si strappò all’altezza della gonna, intralciandogli il passo e facendolo cadere lungo disteso. Rialzato lo sguardo, fece in tempo a vedere la ragazza che si voltava verso l’uscita, e di scatto allungò una mano verso di lei.
Alice, approfittando della caduta di Daniel, si era precipitata verso la porta, ma si sentì il terreno tolto sotto i piedi. Una mano le stava trattenendo la caviglia sinistra.
Stava perdendo l’equilibrio. Vide tutto al rallentatore: le carte-soldato disposte sul pavimento sotto di lei si facevano sempre più vicine, mentre cadeva inesorabilmente verso di loro.

“Che c’è, piccola Alice? Non è di tuo gradimento?” fece Daniel, posando sul tavolo una tazza di porcellana antica. “Eppure, vedi quanto piace al Ghiro?” Nella grande teiera scoperchiata, il ratto dalle palpebre cucite si dibatteva per non annegare, ustionato dal tè bollente.
Ma Alice continuava a non rispondere. Daniel si tolse l’alto cappello a cilindro, appoggiandolo alla tavola. Prima di indossare i panni del Cappellaio si era ripulito alla bell’e meglio, ma l’occhio continuava a perdere sangue, imbrattando la tovaglia bianca.
“Coraggio! dopotutto, è il tuo non-compleanno!”
Le afferrò un braccio, ma quello ricadde inerte lungo la sedia. Decine di piccole lance erano ancora infilzate nel suo corpo, e le trafiggevano occhi, gola e torace. Sotto la sua sedia si raccoglieva una pozza rosso scuro, in cui il Gatto aveva immerso il muso sfigurato, lappando con movimenti convulsi della testa il sangue ancora caldo.
Daniel sospirò. E così, neppure questa Alice era quella giusta.
“Siamo sfortunati, nevvero, amica Lepre?” disse, accarezzando il coniglio sulla testa scorticata. “Ma domani sarà un altro giorno…”
Si alzò. Nonostante il dolore atroce all’occhio, sorrise.
“… e un altro non-compleanno!”

Another Way (2010)

Another Way (2010)

Le stringe la mano. Ma sa che non basta. È solo un palliativo, come il valium per un malato terminale. Per lui o per lei? Non sa rispondersi.
Katia non dice niente. Non ce n’è bisogno, per fortuna: dopo mesi di sfuriate, ha smesso di parlare. Anche lei, durante il giorno, fa finta che vada tutto bene. Che siano ancora la coppia dell’anno. È alla sera, quando il mondo non guarda più, che le ferite si riaprono.
Alan si rigira nel letto, senza però lasciarle la mano. Fa caldo, e le lenzuola si incollano alla pelle. Non riesce a starle vicino: il calore emanato dal suo corpo lo fa sudare ancora di più. Le accarezza un po’ i capelli, nella speranza che si addormenti.
Dopo un po’ il respiro di lei diventa più rilassato, e può finalmente lasciarle la mano. Si solleva a guardarla, appoggiando la testa sul palmo della mano.
Katia è bella. Tantissimi gliela invidiano, lo sa. È quella che tutti dicono essere una bella ragazza.
Eppure per lei non riesce a provare più nulla. Le vuole un gran bene, questo sì. Ma sono due anni, almeno, che i suoi ti amo sono falsi come un Picasso del Settecento.
Lei invece lo ama. Davvero. Altrimenti non si spiegherebbe il motivo per cui sta ancora con lui, facendo finta di non vedere. Sopportando le notti come quella, in cui Alan rimane freddo e inanimato di fronte a lei.
Katia ne soffre, eppure continua a stare con lui. Per un anno intero lei ha cercato di capire cosa non andasse fra loro.
Non ti piaccio più come una volta? chiedeva.
No, cosa dici. Mi fai impazzire, rispondeva lui.
Ma mi ami ancora?
Ma certo, sciocchina. Ti amo e lo sai, mentiva Alan.
Ma allora perché…
Non preoccuparti, è solo un periodo così… sai, il lavoro…
Poi Katia ha smesso di chiedere.
Alan spesso si domanda perché non si decide a lasciarla. Forse perché le vuole troppo bene. Perché si sentirebbe morire di solitudine. Perché tutte le volte che ne aveva bisogno, lei è sempre stata lì.
Al contrario di Alice.
Da quando è entrata nella sua vita, Alice ha distrutto tutte le sue certezze, i suoi ideali, ma soprattutto il suo rapporto con Katia. Alan ha trasformato la sua vita in un castello di bugie per nasconderle l’esistenza di Alice. E questa sera, guardando la sua ragazza dormire, si chiede se ne sia valsa la pena.
Poi pensa ad Alice. A come le piaccia far l’amore con indosso ancora la lingerie. A come sia brava a infilare i preservativi direttamente con le labbra, e a come si abbandona a tutte le altre fantasie che le passano per la mente. Senza falsi pudori, senza ipocrisie. Alice è tutto quello che Katia non è: e forse per questo, Alan non sa dirle di no.

La sveglia del cellulare suona. Alice si ridesta con un sussulto, e automaticamente il braccio corre a zittire la suoneria, prima che butti giù dal letto l’intero condominio. Con gli occhi ancora velati di sonno guarda l’ora sul display. Cenerentola, mezzanotte è passata da un pezzo.
Non è stata abbastanza veloce. Lui si è svegliato, e le passa una mano intorno alla vita.
“Vai già via?”
“Lo sai, domattina lavoro.”
“Anche io. E allora? Tanto dici sempre che il sonno lo recuperi in ufficio.”
“Stupido” gli dice ridendo, mentre cerca di divincolarsi dalla sua stretta.
“Sei sicura di voler andare?”
“Dai, davvero… è tardi.”
“Facciamo così. Tu dammi cinque minuti per convincerti a restare. Se non ci riesco, ti lascio andare.”
Alice si gira verso di lui. Con la mano sfiora la sua pelle, facendo passare le dita sugli addominali appena accennati. Sospira, ma è un sospiro di desiderio.
“Cinque minuti” dice.

Ancora una volta Alice si abbandona ansante sul cuscino, preda di un miscuglio di emozioni. Il desiderio che si affievolisce, gli echi del piacere che l’ha appena sconvolta, il seme di lui che sente scorrere dentro di sé, confusione, rabbia e rimorso. Confusione, come sempre dopo l’amore. Rabbia, contro sé stessa, per aver ceduto ancora una volta. Rimorso, per quello che sta facendo. Per la famiglia che sta rovinando, per il dolore che sta causando.
Egoista, si dice. Non è giusto. Soprattutto lei, Katia, non se lo merita.
Katia è una ragazza meravigliosa. Un po’ rompicoglioni, ma tutte le ragazze innamorate lo sono. E lei lo è. Di Alan.
Non si merita di soffrire così. Lei è tutto quello che io non sono, pensa Alice.
Si volta. Lui si è addormentato. Come fa a tradire la sua ragazza e addormentarsi con l’innocenza di un bambino? A volte sospetta che non gliene freghi niente.
Poi Alice pensa a quanto è dolce e buono con lei. A come la fa sentire donna. E capisce che non è il caso di giudicarlo. L’amore e il desiderio sono bestie strane, e non sempre percorrono la stessa strada. Spesso sono sentieri impervi, cosparsi di vetri rotti. E se ogni tanto passiamo da una strada all’altra, è solo per soffrire meno. E sopravvivere.
Alice sguscia silenziosamente dal letto, e comincia a rivestirsi.

Alan guarda la sveglia sul comodino. Le undici.
Con un gesto gentile della mano scuote leggermente Katia.
“Amore? Amore, svegliati.”
Katia si muove appena. Poi si stropiccia gli occhi, brontolando.
“Amore, domani mattina devi alzarti prima, giusto? È meglio che vai…”
“..mmmsì… Cinque minuti…” mormora Katia, rigirandosi nel letto.
Alan sorride, ma è un sorriso amaro. Per quanto le voglia bene, in realtà non vede l’ora che se ne vada. Non ha un briciolo di sonno, e restare a guardarla dormire non è esattamente quello che ha in programma per la serata.
“Dai, piccola. Dai, che ti aiuto a vestirti.”
Mentre le mette su i jeans e la maglietta, gli prende un improvviso attacco di amore. È come vestire una bambina. La bambina che, ormai ne é certo, non avranno mai.
Così come tutti i sogni e i progetti fatti insieme, che ora rischiano di crollare. Castelli delle favole, sorti sulla fragile impalcatura di bugie costruita da Alan. Non può durare a lungo, si dice.
Ma almeno per stasera, Katia, vai a casa tranquilla. E sognami.

Da venti minuti la Clio blu ha lasciato il parcheggio, e finalmente il display si illumina per un istante. Alan lascia andare un sospiro di sollievo. Ha sempre paura che quella benedetta ragazza si addormenti al volante, spalmandosi da qualche parte. Quando lei arriva a casa, il messaggio di buonanotte che gli manda lo fa dormire tranquillo.
Si abbandona sul letto. Le undici e mezza. Si ritrova a pensare ad Alice: generalmente è a quest’ora che si fa sentire. Il desiderio, sopito dalla serata con Katia, torna a farsi prepotente dentro di lui, e una parte imperdonabile del suo corpo inizia a sollevarsi.
Il display del telefono torna a illuminarsi. Alan legge il messaggio.
Ti voglio. Stasera ci vediamo? Non puoi immaginare cosa voglio farti…
Alan si siede sul letto. C’è ancora il profumo di Katia nella stanza. Sente una piccola parte del suo cervello gridare di smetterla, di non rispondere. Di chiamare Katia anche a costo di svegliarla, di dirle che l’ama, che ama solo lei.
Ma è solo un momento.
L’immagine di Alice lo riempie completamente. Bella. Sexy. Voluttuosa. Pronta a fare – e lasciarsi fare – tutto. Alan crolla. Il profumo di Katia non si sente più.
Apre l’armadio, e nella foga tira fuori tutto il cassettone più basso. Stasera metto la roba per le occasioni speciali, pensa.
Un trillo del cellulare lo richiama per un attimo alla realtà: gli ricorda che non ha ancora risposto al messaggio.
Ha il fiato corto mentre le dita picchiettano la risposta sulla tastiera. Che stupido, si dice. Mi emoziono ancora come una scolaretta. Scolaretta… ci pensa un attimo. Ecco un’idea per il prossimo acquisto.
Seduto tra la biancheria di pizzo sparsa sul letto, rilegge il messaggio prima di inviarlo.
Sono da te fra quaranta minuti, il tempo di prepararmi. Non vedo l’ora… baci, la tua Alice.