Criostasi (Ultimo Round, ottobre 2009)

Criostasi è ispirato alla rocambolesca finale dei 1000 metri di short track alle Olimpiadi invernali 2002 di Salt Lake City ed al suo vincitore, Steven Bradbury. Ha partecipato all’edizione di ottobre del concorso Ultimo Round della casa editrice Round Robin.

Freddo
Il fiato si tramutava in nuvolette attorno alla sua bocca. C’era un lato positivo: il gelo gli aveva anestetizzato i quadricipiti doloranti. Passati i trenta, quattro gare di seguito cominciavano a farsi sentire. Non se lo aspettava; aveva onestamente ammesso di aver avuto un culo planetario ad arrivare in finale.
Ann Zhang, la sua allenatrice, già prima della semifinale gli aveva detto: Stephen, è già tanto che siamo qui, come va va… Ma quella mattina, prima di presentarsi in pista, lei lo aveva chiamato in disparte, per sussurrargli all’orecchio qualcosa che nessun allenatore sano di mente avrebbe mai proposto ad un suo atleta.

A pensarci bene, non faceva una grinza. Si appoggiò al bordo della pista e scrutò gli avversari, uno ad uno.
Ohno, il campione di casa, era già abbastanza incazzato per conto suo. La gente si aspettava che vincesse tutte le batterie, e quel mezzo pasticcio in qualificazione, con in più il sospetto di aver combinato la gara, lo aveva messo al centro dell’attenzione. Qualsiasi cosa in meno dell’oro, e il suo mito sarebbe crollato. Turcotte, il canadese, già abbastanza galvanizzato dopo aver vinto i cinquemila, adesso stava dando fuori di matto. Battere lo yankee a casa sua… beh, non aveva prezzo. Li, il cinese, si era fatto fottere il primo posto nei mille quattro anni prima. Adesso che aveva l’opportunità di rifarsi, non si sarebbe di certo accontentato di un altro argento. Ahn, il coreano, era stato un po’ la sorpresa dell’Olimpiade. Desideroso di far bene, ma anche pronto a prendersi qualche rischio di troppo.
Cristo, potrebbe anche funzionare, pensò Steven.
Muovendosi come in un sogno, si diresse alla linea di partenza per i controlli di rito. Il discorso di Zhang gli aveva fottuto il cervello.
Prova, si disse, che cos’hai da perdere?
Una figura di merda in mondovisione, rispose la parte razionale del suo cervello.

Via.
Schegge impazzite di ghiaccio schizzarono sotto le lame, come gelide scintille sugli immaginari binari di un treno umano. Gli automatismi cristallizzati nella mente di Steven lo spinsero a lottare per guadagnare qualche spanna sugli altri. Poi la razionalità del piano di Zhang ebbe il sopravvento, riguadagnando il controllo degli arti intirizziti. Rallentò leggermente, quel che bastava rimanere indietro di una decina di metri.
Ignorò le grida del pubblico. In ogni caso, erano lì per Ohno, non per lui. Si sforzò di essere regolare, preciso, impeccabile. Nessun rischio inutile.
A un giro dall’arrivo il clamore della folla aumentò. Alzò gli occhi verso i suoi avversari, e poté immaginare le scosse di adrenalina che guidavano i loro muscoli frementi. Zhang aveva visto giusto: sarebbe bastato un nulla.
Bastò. Un’imperfezione del ghiaccio? Un errore di traiettoria? Steven non lo seppe mai. Ma accadde.
Le sue braccia, insieme ad una muta preghiera di ringraziamento per Zhang, si alzarono in segno di incredulo trionfo. Poi, sfrecciando sulle lame, tagliò il traguardo del mito.

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