Criostasi (Ultimo Round, ottobre 2009)

Criostasi è ispirato alla rocambolesca finale dei 1000 metri di short track alle Olimpiadi invernali 2002 di Salt Lake City ed al suo vincitore, Steven Bradbury. Ha partecipato all’edizione di ottobre del concorso Ultimo Round della casa editrice Round Robin.

Freddo
Il fiato si tramutava in nuvolette attorno alla sua bocca. C’era un lato positivo: il gelo gli aveva anestetizzato i quadricipiti doloranti. Passati i trenta, quattro gare di seguito cominciavano a farsi sentire. Non se lo aspettava; aveva onestamente ammesso di aver avuto un culo planetario ad arrivare in finale.
Ann Zhang, la sua allenatrice, già prima della semifinale gli aveva detto: Stephen, è già tanto che siamo qui, come va va… Ma quella mattina, prima di presentarsi in pista, lei lo aveva chiamato in disparte, per sussurrargli all’orecchio qualcosa che nessun allenatore sano di mente avrebbe mai proposto ad un suo atleta.

A pensarci bene, non faceva una grinza. Si appoggiò al bordo della pista e scrutò gli avversari, uno ad uno.
Ohno, il campione di casa, era già abbastanza incazzato per conto suo. La gente si aspettava che vincesse tutte le batterie, e quel mezzo pasticcio in qualificazione, con in più il sospetto di aver combinato la gara, lo aveva messo al centro dell’attenzione. Qualsiasi cosa in meno dell’oro, e il suo mito sarebbe crollato. Turcotte, il canadese, già abbastanza galvanizzato dopo aver vinto i cinquemila, adesso stava dando fuori di matto. Battere lo yankee a casa sua… beh, non aveva prezzo. Li, il cinese, si era fatto fottere il primo posto nei mille quattro anni prima. Adesso che aveva l’opportunità di rifarsi, non si sarebbe di certo accontentato di un altro argento. Ahn, il coreano, era stato un po’ la sorpresa dell’Olimpiade. Desideroso di far bene, ma anche pronto a prendersi qualche rischio di troppo.
Cristo, potrebbe anche funzionare, pensò Steven.
Muovendosi come in un sogno, si diresse alla linea di partenza per i controlli di rito. Il discorso di Zhang gli aveva fottuto il cervello.
Prova, si disse, che cos’hai da perdere?
Una figura di merda in mondovisione, rispose la parte razionale del suo cervello.

Via.
Schegge impazzite di ghiaccio schizzarono sotto le lame, come gelide scintille sugli immaginari binari di un treno umano. Gli automatismi cristallizzati nella mente di Steven lo spinsero a lottare per guadagnare qualche spanna sugli altri. Poi la razionalità del piano di Zhang ebbe il sopravvento, riguadagnando il controllo degli arti intirizziti. Rallentò leggermente, quel che bastava rimanere indietro di una decina di metri.
Ignorò le grida del pubblico. In ogni caso, erano lì per Ohno, non per lui. Si sforzò di essere regolare, preciso, impeccabile. Nessun rischio inutile.
A un giro dall’arrivo il clamore della folla aumentò. Alzò gli occhi verso i suoi avversari, e poté immaginare le scosse di adrenalina che guidavano i loro muscoli frementi. Zhang aveva visto giusto: sarebbe bastato un nulla.
Bastò. Un’imperfezione del ghiaccio? Un errore di traiettoria? Steven non lo seppe mai. Ma accadde.
Le sue braccia, insieme ad una muta preghiera di ringraziamento per Zhang, si alzarono in segno di incredulo trionfo. Poi, sfrecciando sulle lame, tagliò il traguardo del mito.

L’Oscuro Omaggio (USAM, ottobre 2009)

L’Oscuro Omaggio, liberamente ispirato alle opere ed alla vita di H. P. Lovecraft, è nato dapprima come divertissement a puro titolo di esercizio di stile. È stato poi presentato all’edizione di ottobre del concorso Una Storia al Mese delle Edizioni XII.

Il taccuino allegato fu ritrovato in ospedale militare di Bristol dopo i bombardamenti dell’aprile 1941. Sembra fosse tra gli effetti personali di un’infermiera statunitense, che prima di partire per prestare servizio in Gran Bretagna durante la guerra, era impiegata presso il General Hospital di Providence, R.I.
L’infermiera, di cui ometteremo il nome per proteggere l’identità dei familiari, non poté rispettare la data menzionata in questo diario per renderlo pubblico, in quanto deceduta durante il bombardamento. Certi di fare cosa gradita ai lettori, lo pubblichiamo qui nella sua interezza, in quanto lo riteniamo un esempio utile a psicologi ed analisti per comprendere gli eccessi a cui puo’ arrivare la mente umana, in questo caso di palese schizofrenia.

***

16 Maggio 1929

Troppe sono le prove che la mia persona ha dovuto sostenere negli ultimi dieci anni. Ho il presentimento che una mente più debole, se sottoposta a ciò a cui ho assistito, sarebbe venuta meno, sprofondando nel consolante baratro della pazzia. O forse è il contrario; ed io, che sono un sognatore, ho lasciato che gli avvenimenti scorressero sotto i miei occhi, quando un individuo più razionale di me si sarebbe rifiutato di accettarli come realtà.
Ma andiamo per ordine. Le memorie che mi accingo a scrivere sono il risultato di sei lunghi anni di studi sulle loro abitudini, sui loro poteri, ma soprattutto sull’estensione del loro controllo. Ora so che quanto scrivo rimarrà al sicuro dai loro freddi e neri artigli.
Fu sei anni fa, al termine di un’inconsueta giornata in cui non ebbi alcun contatto con essi, che ipotizzai l’esistenza di particolari condizioni del cosmo che inibissero la loro influenza. Precipitatomi al mio osservatorio, tracciai una sommaria posizione degli astri, e calcolai rapidamente tre date in cui la conformazione celeste avrebbe potuto ripetersi: una nel 1924, una nel 1925 ed una per il 1929. Le prime due passarono senza mutamenti di sorta.
Tuttavia, questa mattina, all’alba della terza ricorrenza da me ipotizzata, ho avvertito di nuovo quella sensazione di solitudine. Non saprei come altro definirla: e se questo termine potesse risultare poco descrittivo, ricorderò al lettore che non sperimentavo la solitudine dall’aprile del 1917, quando essi mi fecero visita la prima volta. Ho dunque afferrato penna e quaderno, e mi sono deciso a vergare queste note.
Non posso e non voglio ricordare le scelleratezze di cui fui protagonista in gioventù. Sotto l’apparenza di un giovane ascetico e dedito all’erudizione, ricercavo i segreti più oscuri del cosmo, esaminando manoscritti e tomi che la mia passione per la paleografia riportava alla luce. Rituali di crescente blasfemia avevano luogo nei miei appartamenti, mentre le mie vecchie zie (sia benedetta la loro ingenuità!) mi credevano intento negli studi.
Non so se fui io a richiamarli, o se furono loro stessi ad interessarsi a me. Ad ogni modo, una grigia mattina di Aprile accondiscesi al degenerato accordo che mise la mia penna nelle loro mani, di cui parlerò in seguito.

La settimana scorsa ricevetti la visita del Messaggero. Sembra che volesse assicurarsi sulle condizioni del nuovo racconto.
“Mi pare buono. Sì, a parer mio dovrebbe essere pubblicato.”
Seduto alla mia scrivania (esecrabile profanazione di un tempio così sacro), la testa china sul mio manoscritto, sfogliava le pagine con lentezza, manifestando il suo assenso con piccoli cenni del capo ogniqualvolta il suo sguardo incontrava un passaggio particolarmente gradito.
“Ci sono tutti gli elementi richiesti, più qualche licenza… narrativa, diciamo, il che non guasta mai. Anche stavolta avete fatto un ottimo lavoro”.
Lo sguardo si sollevò dal manoscritto e un’espressione di sorpresa gli attraversò il volto, rabbuiandolo. Mio dio, pensai, che avrò sbagliato stavolta?
“Ma… non vorrete dirmi che siete rimasto all’impiedi sino ad ora? Sedete, perdio, sedete!”
Al suo gesto imperioso il mio corpo si afflosciò esanime sulla poltrona dietro di me. Solo dopo qualche minuto le mie labbra riacquistarono energie sufficienti ad articolare qualche parola.
“È dunque… è dunque di vostro gradimento?”
“Decisamente. Sarà pubblicato questo mese stesso.”
Un sospiro di sollievo mi sfuggì dalle labbra: la loro bramosia sarebbe dunque stata placata, almeno per un mese!
Avevo scritto il racconto di getto, come sempre, dopo aver ricevuto le notizie di quanto era accaduto alla vecchia fattoria degli Oakwood. Le blasfeme vicende del giovane Wilson Cornley e di come avesse ridotto alla pazzia la povera madre Virginia erano diventate in poche ore di dominio pubblico. Quando si parlò di avvertire le autorità a Boston, il Messaggero mi fece visita. Come stabilito nel Patto, io avrei riportato fedelmente l’episodio, cambiando però nomi e luoghi in maniera da farlo apparire come un racconto di fantasia. Nel frattempo, Essi avrebbero cancellato l’accaduto dalla memoria della popolazione, come se mai fosse accaduto. In cambio io avrei ricevuto fama e fortuna, ma solo tra qualche anno.
La prima bizzarra richiesta di questo tipo avvenne nel 1917. Avevo già pubblicato qualche scritto, ma i miei racconti mancavano di quell’orrore cosmico che sperimentavo durante le mie blasfeme invocazioni.
Poi arrivò il Messaggero. Mi porse una cartella contenente degli appunti scritti di fretta, dalla mano di qualcuno che stesse disperatamente lottando contro qualcosa: una forza sovrumana, che aveva indubbiamente divorato l’anima dell’autore man mano che scriveva. Mi disse che era stata trovata sul luogo di un misterioso incidente accaduto a Providence qualche ora prima; che chi aveva scritto quelle pagine non era più; e che presto, oltre che dalla faccia della terra, sarebbe stato cancellato pure dall’umana memoria. Avrei dovuto rielaborare quelle memorie, rendendo impossibile l’identificazione di persone e luoghi. In cambio, avrei avuto la paternità dello scritto.
Scorsi rapidamente le prime pagine, e mi trovai incapace di distogliere gli occhi dal manoscritto. Arrivato alla sua tragica conclusione, il mio grido echeggiò nella stanza: eccolo, era l’Orrore cosmico che ancora una volta mi pervadeva! Ma questa volta non evocato dal profumo di incensi e dalle litaniche formule di anni senza numero, ma dalla frettolosa nota di addio di un pazzo suicida. Il racconto fu pronto quella notte stessa: e controllando i giornali dei giorni seguenti, trovai che nessun insolito incidente era riportato nella cronaca.
Tuttavia, fu il mio pensiero all’epoca, il Messaggero poteva essersi semplicemente divertito alle mie spalle; e l’incidente da Lui menzionato poteva essere parte di una diabolica celia.
Negli anni seguenti, purtroppo, ebbi invece più volte a conferma della terribile serietà dei loro intenti.
Nel 1924 fu il turno di un giovane e solitario esploratore di Newport. Non seppi mai il suo nome: ma fu grazie alle sue memorie che venni a conoscenza del Libro. Il racconto che ne trassi aggiungeva un finale alle note dell’esploratore, lasciate evidentemente incompiute nel mezzo della sua spedizione. Il Libro lo aveva condotto al suo destino; e a tale destino poté sfuggire, sebbene marchiato per sempre nell’anima. Quando il Messaggero lo lesse, la sua risata demoniaca mi fece capire che la realtà era stata molto meno pietosa per lo sventurato giovane.
Diversi incarichi si susseguirono. Le fonti dei miei racconti erano quasi sempre diari, testamenti o lettere d’addio di anime desiderose di porre fine alla loro esistenza terrena. Occasionalmente il Messaggero mi portava rapporti e resoconti palesemente trafugati da archivi di ospedali o stazioni di polizia, quasi avesse intuito che il mio intelletto cominciasse a vacillare, e ritenessi l’intera vicenda un demoniaco inganno. Io, schiavo del terrore che gli incontri col Messaggero mi inculcavano, afferravo il materiale dalle sue mani, e la mia penna si piegava silenziosa alla volontà di Coloro che mi tenevano in pugno.
L’orrore culminò nel 1927, quando a cadere nei loro diabolici piani fu il mio amico e compagno di studi, Carlton David Warren, eminente studioso di paleografia e appassionato antiquario a dispetto della giovane età. Da tempo Warren si comportava stranamente, ma se interpellato al riguardo si mostrava ritroso e restio ad ogni confidenza. Una volta che ebbi le sue cartelle cliniche, debitamente compilate dai suoi alienisti, ne dedussi che doveva essersi imbattuto nel Libro, e che troppo in là si era spinto nelle sue ricerche. Povero, povero Warren! Se si fosse confidato con me, ed avessi saputo chi erano i carcerieri della sua anima, avrei forse potuto intercedere per lui. Ma lo seppi troppo tardi, ed ora so che Colui Che Non Oso Nominare si trastullerà con la sua anima per quanto è lungo il sempre. Le mie lacrime si mischiarono all’inchiostro, mentre riportavo sulla carta le tristi vicende di Warren in quello che diventò il mio racconto più lungo.
Quando il Messaggero strinse fra le empie mani il manoscritto, disse che poteva sentire il dolore trasudante da esso, e ne rise.
Più volte mi sono chiesto per quale motivo agissero in questo modo, ma temo che i loro imperscrutabili piani siano al di là di ogni umana comprensione. Ad ogni modo, sono certo che il Libro sia la chiave di tutto. Alla prossima occasione, e se il Messaggero si troverà in uno dei suoi momenti di benevolenza, gli chiederò maggiori delucidazioni al riguardo.
La luce morente del sole mi avvisa dell’imminente crepuscolo: secondo i miei calcoli, dovrei essere in grado di poter scrivere un nuovo appunto nel giugno del 1936. Spero solo di essere ancora in vita.

24 giugno 1936

È con mano tremante che riprendo a scrivere in questo diario. Rileggendo il mio scritto precedente mi sono reso conto di quanto flebile fosse la loro intermissione nelle vicende umane, in confronto alle malvagità di cui si sono resi responsabili nell’ultimo lustro.
La loro perversione ha raggiunto limiti che credevo non avrebbero osato valicare. Se fino ad ora si erano limitati a gingillarsi con le misere vite di sventurati miei pari, la cui esistenza era una pallida impronta nel mosaico della storia umana, ora hanno cominciato a ridisegnarne l’immagine, scombinandone le tessere con i loro viscidi ed untuosi tentacoli. Ma la fredda ed umida paura che mi attanaglia non deve impedirmi di riportare con esattezza e lucidità i fatti.
Il caso a cui mi riferisco fu quello riguardante la spedizione Wilkins-Stone del 1931, che puntava ad esplorare il continente Antartico, recando con sé numerosi strumenti scientifici di recente invenzione. Originariamente organizzata allo scopo di individuare nuovi giacimenti minerari, era destinata alla menzione sui trafiletti dei giornali finanziari e di qualche rivista di geologia. L’atroce fine degli esploratori ed il ritrovamento degli indescrivibili esemplari organici sezionati da parte della successiva spedizione di soccorso fece guadagnare alla vicenda le prime pagine di tutti i giornali. Già si preparava una ulteriore spedizione per fare luce sulla vicenda, quando il Messaggero tornò ancora una volta a farmi visita. Tra le immonde dita simili ad artigli stringeva un pacco di fogli, resi quasi illeggibili dall’umidità e da altre sostanze, sulla cui natura non posso e non voglio indagare, che illustravano quanto era accaduto tra i ghiacci alla sfortunata spedizione. Ancora una volta, obbediente, la mia penna mutò le dolorose memorie in letteratura; ancora una volta la loro ombra cadde sulle menti umane, e della spedizione non rimase memoria alcuna. Questa volta, tuttavia, la loro opera di obnubilazione dovette essere più difficoltosa: il Messaggero, infatti, mi proibì di pubblicare la novella prima del febbraio scorso. E fu per l’appunto quattro mesi fa, nel comunicarmi l’assenso alla pubblicazione, che Egli portò con sé un empio omaggio, quasi a gratificazione dei miei sforzi: un frammento del Libro, in cui erano descritte nei minimi dettagli le creature che Wilkins e i suoi sfortunati colleghi avevano riportato alla luce.
Negli ultimi tempi avevo chiesto più informazione sull’innominabile tomo, ma tutto ciò che potei ottenere fu una sommaria bibliografia, che ne descriveva brevemente le origini e le vicissitudini di chi aveva tentato di favorirne la diffusione, ma senza mai poter avere la prova della sua esistenza. Grande fu il mio stupore quando mi fu ordinato di allegare tale resoconto ad uno dei miei racconti: a parte qualche citazione nelle mie pubblicazioni, non vi era alcuna letteratura esistente sul Libro, ma dopotutto la mia intenzione era che, agli occhi del pubblico, rimanesse una mia fantasia. Tuttavia obbedii, non osando contrappormi alla loro volontà.
Ad ogni modo, la prima prova tangibile dell’esistenza del libro fu la sera in cui ebbi il frammento: ricordo ancora la conversazione che ne seguì. Stringevo fra le mani l’esecrabile brandello di pergamena, e i miei occhi scorrevano freneticamente le righe che, in tremolanti caratteri greci, dimostravano senza dubbio alcuno che gli sventurati esploratori avevano conosciuto l’Inconoscibile.
“Non posso credere che siate giunti a tanto.”
“Perché mai? L’umanità dovrebbe ringraziarci, invece. Andiamo, da quanti anni ci prestate i vostri servigi? Avete visto cosa succede quando una mente debole ha a che fare con ciò che non dovrebbe conoscere. Credete davvero che sarebbe stato un bene lasciare che il mondo sapesse?”
“Certamente i nostri scienziati…”
“Siete un illuso! Persino Wilkins ha dovuto soccombere alla pazzia, nei suoi istanti finali. Io stesso l’ho visto…”
“Non voglio saperlo.”
Un bieco sorriso si fece strada sul suo enigmatico volto.
“Lo vedete? Persino voi temete ciò che la mente umana non puo’ comprendere. Ed avete il coraggio di chiedermi del Libro? Non avete visto dove ha condotto il vostro amico Warren?”
“Allora perché la bibliografia? Perché esporre il Libro al pubblico?”
“Questo non è affar vostro. Pensate alla notorietà che vi abbiamo promesso, e questo vi basti.”
“Se questo… se questo è il prezzo da pagare per la fama, preferisco rinunciare! E quale fama, poi? I racconti mi danno a malapena di che sopravvivere! Non siete l’unico a cui ho dovuto vendere la mia penna… Quando arriverà ciò che avete promesso?”
Il sorriso scomparve di colpo dal viso del Messaggero, ed io temetti di aver osato troppo.
“Su questo avete ragione” replicò invece, inaspettatamente. “Sappiate comunque che Essi hanno in serbo per voi una gloria che non potete neppure immaginare. Dovete solo avere pazienza.”
Qualcosa nel tono della sua voce che mi fece capire che insistere non avrebbe portato a nulla, e chinai la testa in segno di resa. Quando la rialzai, il Messaggero ed il frammento erano scomparsi.
Ora so di essere completamente in loro potere. Ancora un interrogativo mi tormenta: perché si comportano in tale maniera? Se il loro potere è tale da compiere tali nefandezze, perché non annientare l’umanità in un colpo solo?
Ma ancora una volta il sole sta calando dietro le montagne ad ovest, e debbo nascondere questo diario. Se sono fortunato, la prossima congiunzione favorevole dovrebbe essere tra meno di un anno. Ancora una volta spero di essere ancora in vita in quell’occasione.

14 Marzo 1937

Scrivo dal letto di un ospedale che probabilmente non lascerò mai. Da sette mesi vivo in preda ad atroci dolori, e solo il Patto mi ha mantenuto in vita. È ironico come da condanna a cui tentavo di sfuggire, si fosse trasformato nell’unica ancora di speranza che mi permetteva di trascinare la mia esistenza.
I dottori dicono che mi restano poche ore. La morfina è ormai l’unico palliativo che possono somministrarmi, ma in un breve momento di lucidità ho ricordato che proprio oggi avrei avuto la possibilità (credo l’ultima) di scrivere nel diario. Ho pregato la mia cara e santa zia (che Dio, se ne esiste uno, possa accoglierla quando verrà la sua ora!) di recuperarlo dal nascondiglio in cui l’avevo riposto e di portarmelo, affinché potessi affidargli le mie ultime note. Questo scritto diventa così il mio testamento; e prego chiunque lo ritroverà di renderlo pubblico al verificarsi della prossima conformazione astronomica favorevole, che dovrebbe verificarsi il 4 Ottobre 1944.
Dopo i fatti del 1931, i loro incarichi si diradarono. Come avevo già accennato, dovetti iniziare a scrivere racconti su commissione per mantenermi, perché il loro materiale non era più sufficiente al mio sostentamento.
Quando mi fu diagnosticata la malattia precipitai nel terrore. Giunsi a supplicarli nelle mie preghiere, a promettere di essere per sempre al loro servizio, purché non mi lasciassero morire. Ma per sei lunghi mesi il Messaggero non si mostrò, sebbene avvertissi nei miei sogni e nelle mie meditazioni di essere costantemente osservato da Essi.
La notte in cui le mie condizioni non mi permisero di rimandare ulteriormente il ricovero, fui sottoposto ad una massiccia dose di narcotici. Quando ripresi conoscenza, il Messaggero mi stava dinanzi, sogghignando orribilmente.
“Sembrate in pessime condizioni” sussurrò.
“Lo sono.”
“Immagino che richiedervi un racconto sia fuor di questione.”
“Immaginate bene” risposi, con la sfrontatezza che la coscienza d’essere in fin di vita mi dava.
Una risata demoniaca risuonò nella stanza. Ma non avevo finito.
“Ebbene, è questa la vostra ricompensa? Mi avevate promesso la fama, ed ora giaccio in un letto dal quale probabilmente non mi alzerò più. Questo era il vostro scopo fin dall’inizio, non è forse vero? Sono stato solo una pedina nelle vostre mani.”
“Vi sbagliate. Manterremo ciò che abbiamo promesso.”
“E come? Le vostre mosse sono state poco chiare fin dall’inizio. Perché mascherare i vostri contatti con l’Umanità rendendoli racconti di fantasia?”
Il Messaggero si voltò verso la finestra, restando in silenzio per qualche istante. Infine proruppe nuovamente in una sardonica risata, che mi fece rabbrividire.
“Non avete ancora capito? Bene, ve lo spiegherò. Vi ho ripetuto più volte che vi sono cose che la mente umana non può capire. Voi stesso avete avuto le prove che, se messe di fronte a ciò che siamo, le menti deboli spezzano quel fragile equilibrio che vi rende esseri razionali. Di una moltitudine di folli non sapremmo che fare. Ma, stimolando i vostri fragili spiriti di sognatori con il racconto, possiamo trarre potere e nutrimento dai sentimenti ancestrali che esso provoca in voi: prima fra tutti, la paura.”
“Ma… ma… il Libro…”
“Siete un idiota! Non lo avete ancora compreso? Il Libro non esiste, se non nelle menti di chi leggerà i vostri scritti! E vi assicuro che saranno molti. Raggiungerete una fama ineguagliabile… tra qualche anno. Questo è l’Oscuro Omaggio che Coloro che servo vi rendono.”
“Ma… i dottori… ho pochi giorni di vita…”
“Il fatto che foste famoso in vita non era contemplato. Ma i vostri scritti vi sopravviveranno: e grazie ad essi, il nostro dominio si stenderà sul regno della Terra che più bramavamo. Non l’America, o l’Europa: quello del Sogno, alla cui influenza anche il più potente dei sovrani deve sottostare.”
A queste parole mi lasciai ricadere sul guanciale. Non avevo più la forze di ribattere: e, prima di sprofondare in un nero oblio, lo udii mormorare:
“Ci vedremo ancora una volta, Lovecraft. E sarà per portarvi al cospetto di chi parla per mia voce. Perché io sono Nyarlathotep, il Caos Strisciante, e sono il Messaggero di Coloro che erano, sono e saranno in Eterno.

Sunset Boulevard (Ultimo Round, settembre 2009)

Sunset Boulevard ha partecipato all’edizione di settembre del concorso Ultimo Round (vedi post precedente), guadagnandosi la menzione degli organizzatori.

“Ugo, carissimo. Entra. Posso offrirti qualcosa?”
“No, grazie, Luca. Volevo semplicemente parlarti…”
“…dei miei soldi, lo so. Ugo, Ugo mio, che brutta faccenda. Veramente brutta.”
Torna a sedersi dietro la scrivania di mogano.
“Ho visto tutti i tuoi film, sai? Sei una leggenda vivente. Dimmi, Ugo, dimmi, come hai fatto a finire così?”
Bastardo fottuto. È per colpa tua che sono finito così, penso, ma non glielo dico.
“Anche le leggende fanno qualche errore.”
“Ugo… Ugo mio, io vorrei aiutarti, lo sai. Ma siamo tutti e due uomini d’onore. Tu sei un grande attore…”
“Lo ero.”
“…lo sei ancora, mio caro, e come tale sono certo che è solo questione di tempo prima che tutto si sistemi. Non è forse vero?”
Per te, forse. Ma io non vedo uno straccio di ingaggio da sei anni.
“Facciamo così” dice, massaggiandosi le tempie come a lenire un inesistente mal di testa, “voglio venirti incontro. Tu mi fai avere un contentino, diciamo… cinquemila euro, entro la settimana prossima. Poi, per gli altri novantacinquemila, diciamo che posso aspettare un altro mese.”
Un mese. Non è un cazzo. Ma adesso mi sembra una vita.
Gli sorrido. “Sapevo che saresti stato comprensivo. Grazie, grazie di cuore.”
“Figurati… lo sai, che ci tengo a rivederti sulle scene un giorno o l’altro.”
Usuraio del cazzo.

“Sì, ti avrei trovato qualcosa, ma non credo ti interessi.”
“Paolo, tu dimmi, poi casomai decido, ok?”
“Ci sarebbe una pubblicità per una bibita gassata, o qualcosa del genere. Sembra che il direttore generale sia un tuo fan. Ma io gli ho detto…”
“…Ugo Valdesi, il Paul Newman italiano, non fa la pubblicità. Beh, eccoti la notizia bomba: ho cambiato idea. Digli che va bene. Digli… digli cinquemila. Anzi, seimila.”
“Lui parlava di cinquemila.”
Tirchio.
“Vada per cinquemila”.

“Ecco, prima di iniziare le riprese, ci sarebbe una formalità per quel che riguarda la retribuzione.”
Il tizio incravattato tira fuori un malloppo di carte e una penna. Finalmente si parla di soldi.
“Dunque.. la produzione ha deciso di devolvere la sua retribuzione ad un’associazione umanitaria, naturalmente lei è d’accordo, vero? E’ una cosa così bella, e per fortuna così diffusa tra voi star del cinema… Ho sentito che la nuova campagna del Campari con Clooney ha permesso all’Unicef una nuova sede, veramente ammirevole, mi creda. La cosa ovviamente apparirà in sovraimpressione allo spot. Dovrebbe gentilmente farmi una firmetta qui, e qui”.
Lo guardo senza dire niente. Domani devo dare i soldi al bastardo che mi tiene per le palle.
“C’è… c’è qualche problema? Non è forse d’accordo con la scelta della produzione?”
Gli strappo le carte di mano.
“No, no, nessun… nessun problema.”
Firmo. Il tizio si allontana, le riprese cominciano. Siamo già in ritardo, e fa un caldo boia.
Sento il ciak scattare. Mi siedo, stappo la bottiglietta ghiacciata color marrone.
Bevo. È buono.
Ci credereste?
56 anni, e non lo avevo mai neanche assaggiato, ‘sto cazzo di chinotto.

Papi (Ultimo Round, luglio 2009)

Papi ha vinto l’edizione di luglio 2009 del concorso Ultimo Round della casa editrice Round Robin. Successo quantomai inaspettato, dato che il racconto è venuto alla luce da un’idea improvvisa, scaturita dal tema del concorso (la semplice parola papi) e scritto di getto in meno di un’ora.

1
La mano guantata di bianco tracciò il segno della croce sulla folla osannante. A metà fra la balconata e la piazza, un palco di legno circondato da una bassa balaustra scricchiolò sotto il peso dei passi dei Dodici.
Fremiti di anticipazione e curiosità correvano lungo le schiene. Ancora poche ore, e finalmente sarebbe stato pronunciato il nome del Diacono, colui che avrebbe avuto l’onore di diventare il servitore dei Cinque Pontefici nel Regno dei Cieli.
I Dodici rappresentavano la crema del noviziato del Seminario Vaticano, coloro che durante il loro percorso di formazione avevano dimostrato la più ferma devozione alla Chiesa e più incrollabile fede in Dio. Athelpius, che dei Cinque Pontefici era colui che dirigeva l’Elezione, pronunciò i loro nomi con voce tonante. Man mano che venivano nominati, la folla li acclamava con grida di approvazione.
Da quando centocinquant’anni prima il Messia era tornato, la Chiesa aveva riconquistato il potere perduto. La gloria di Dio si era dimostrata in tutto il suo splendore, abbeverandosi al sangue di pagani ed atei. La porta verso il Regno dei Cieli era stata aperta, ma per volere stesso del Cristo solo cinque saggi, i Pontefici, avrebbero potuto dimorarvi finché l’intera umanità non fosse stata mondata dal peccato.
Cornelius guardò la folla sotto di lui. Sarebbe diventato Diacono, ne era certo. Gli altri undici al suo fianco non potevano competere con lui, e questo i Cinque lo sapevano benissimo. Pregustò lo sfarzo ed il potere che di lì a poco gli sarebbero spettati di diritto, ed un sorriso gli illuminò il volto.

2
Cornelius, Diacono da pochi minuti, ascendeva con smodata anticipazione la scala a chiocciola. Athelpius, che lo precedeva, lo apostrofò duramente. “Più svelto, Diacono!”
Cornelius accelerò. Si arrestarono dinanzi ad una pesante porta in ferro, che si dischiuse ad un cenno di Athelpius. Il neodiacono entrò, ma l’oscurità gli precludeva la visuale.
Un rumore continuo e strascicato, di cui non riuscì ad indovinare l’origine, gli diede il benvenuto. Sentì la calda e forte mano di Athelpius posarsi sulla sua spalla, come per rassicurarlo.
“Rallegrati, Diacono. Avrai presto l’onore di servire i Cinque.”
Cornelius aguzzò la vista, ma trasalì quando riuscì a discernere ciò che il buio aveva misericordiosamente nascosto ai suoi occhi.
Gli altri quattro Papi sedevano in cerchio attorno ad una pesante tavola in legno, i corpi deformi pietosamente avvolti nei paramenti sacri. Dalle loro mandibole in continuo movimento proveniva il raccapricciante rumore che lo aveva accolto nella stanza, mentre a turno ognuno di loro afferrava qualcosa dal centro del tavolo per portarlo alla bocca.
“Qui celebriamo il sacramento più grande che il Messia ci ha comandato. Qui carne e sangue dell’ Uomo si fanno cibo di Spirito.”
Cornelius riconobbe la provenienza dell’empio pasto, ma era troppo tardi. La mano di Athelpius già si stagliava contro di lui.
“In memoria di Te, o Signore”, esclamò.