Non sempre uno mangia tutto quello che ha nel piatto (Parte III)

Non sempre uno mangia tutto quello che ha nel piatto (Parte III)

(Prima parte qui, seconda parte qui.)

Non abbiamo fatto neanche tre metri nel corridoio che Greta mi sbatte contro il muro e mi caccia la lingua in gola. È solo a fatica che riesco a staccarmi dal paese delle meraviglie che ha là sul davanti e a dirle: “Tesoro… tesoro, mi scappa davvero da pisciare. Dai, mostrami ‘sto bagno o me la faccio addosso.”

Mentre fischiettando faccio gorgogliare l’acqua sul fondo dell’aristocratico water di casa Ragagnin, penso che alla fine è per questo che sono diventato una superstar: per andare a letto con le disadattate della scena dark/goth veneta, di cui buona parte sono delle fighe imperiali. Se tre anni fa non avessi rivisto per caso al bar il mio compagno di banco del liceo Niccolò Braido, alias – ma lo avrei saputo solo più tardi – dj Necrophyte, non avrei neanche scoperto il mio talento nascosto. E invece, dopo un paio di caffé e spriz mi ha invitato ad andare a trovarlo in studio, dove sforna un paio di singoli al mese, che mi dicono andare per la maggiore in Germania e Belgio.
“Figo,” gli ho detto, mentre smanacciava panpot e slider sul banco di mixaggio. “Non ci capisco niente, ma è figo”.
“Non suonavi anche tu?”
“Tanto tempo fa. Ho appeso la chitarra al chiodo.”
“Metallaro una volta, metallaro per sempre. Dai,” mi ha fatto, porgendomi una Telecaster tarocchissima spuntata da chissà dove, “fammi sentire qualcosa.”

“Amore? Tutto ok là dentro?” mi fa Greta di là dalla porta.
“Quasi fatto,” rispondo mentre scrollo la bestia.

Il primo singolo a firma Necrophyte & Leo Morgan è uscito un anno e mezzo fa, e ha fatto subito un casino planetario. Sempre tra i quattro bifolchi della scena dark/goth/eccetera, ovviamente. Non è che mi fermino per strada. Però sono arrivate le serate nei locali, e la marea di figa a esse correlata.
Il setup nostro è semplice: Niccolò ha due tastiere e un PC e io una chitarra che fingo di suonare su qualche pezzo. Il resto del tempo fingo di premere pulsanti a tempo. Oppure quando mi esibisco da solo faccio partire un cd già mixato che mi preparo a casa (Niccolò mi dà una mano, sant’uomo). Per farla breve: occupo poco spazio. Non mi esibisco su palchi stratosferici, tante volte sono a venti centimetri dalla gente che balla. Soprattutto, dalle tipe che ballano.
Greta l’ho conosciuta a una di queste serate, al Revolver di San Donà. Lì era una specie di celebrità, un po’ per la sua indole da principessa del cubo, un po’ per le sue tette. Sono lì che cerco di premere bottoni a tempo con una certa credibilità, che ‘sto paio di meloni con le gambe mi salta sul palco. Di solito non sono così poco descrittivo: è che con la maschera antigas che portava, non è che potessi notare molto altro di lei.

(continua…)

Non sempre uno mangia tutto quello che ha nel piatto (Parte II)

Non sempre uno mangia tutto quello che ha nel piatto (Parte II)

(prima parte qui)

Le presentazioni di rito sono vanno abbastanza bene. “Morgano ing. Leonardo, Signora. Faccio il perito assicurativo, ma sto anche studiando.”
“Davvero? e cossa stùdielo, se posso chiedere?”
“Sto prendendo la seconda laurea, in Matematica.”
Dai, coglione, mi ha sussurrato stizzita Greta, tirandomi una gomitata in un fianco.
Ma è troppo tardi: ho capito che sua madre già mi adora.

Scopro con disappunto che la Siora ha abbondato con la cipolla nei bigoi in salsa, secondo la ricetta tipica. Sarò un miscredente, ma quando li cucino io non ce la metto. Poi magari devo limonare con Greta e la cipolla rovina tutto. Vabbé che oggi non si farà un cazzo, perché bisogna tenere su la sceneggiata dei fidanzatini casti e puri. Questi qui, tanto per dire, hanno la cappella di famiglia qua a fianco. Una chiesa in casa, cristo dio. Con tanto di prete che viene una volta al mese a dir messa per i morti. Col culo che ho, sarà oggi.
In ogni caso, mentre mangio, passo in rassegna la Sacra Famiglia.
Il primo è il Conte Antenore Ragagnin, con il quale probabilmente la casata si estinguerà:  non ha fratelli, ha solo due figlie femmine e a giudicare dalla corporatura e da quello che mangia, ha deciso di seppellire il suo cazzo tra le pieghe della pancia.
La Contessa, Luciana Sbrojavacca in Ragagnin, sorveglia il pranzo con l’occhio della maestra di cerimonia che ha preparato la visita della regina Elisabetta. Ho saputo che anche se di solito è Miranda, la governante, a cucinare, la Contessa ha voluto occuparsi di persona del pranzo di oggi. Un po’ mi ricorda le care vecchie mamme di una volta, quelle che quando c’erano ospiti tiravano fuori l’argenteria e i calici della dote. Rompicoglioni uguale, insomma.
Chiude la sfilata Benedetta detta Benni, sorella minore di Greta, diciott’anni compiuti da poco e una vita stretta tra i libri di scuola, il computer, l’azione cattolica e le medaglie in palestra “di quella ginnastica che fa lei, tai cuon fu o come si chiama”, come dice Greta. Non so se questa povera sfigata mi fa più pena così, coi boccoli da brava bambina, i fondi di bottiglia sul naso e il vestito da prima comunione, o come dev’essere di solito, coi capelli unti raccolti all’indietro e la tuta da ginnastica della Polisportiva di Cazzago, di quelle col logo cubitale dello sponsor “STRAZZER AUTOSPURGHI”, mentre sogna una vita normale leggendo il forum di alfemminilepuntocom tra una versione di greco e una di latino.

Sfondo l’indicatore della facciadaculaggine quando metto su la mia espressione da funerale e sussurro alla padrona di casa: “Signora…”
El me ciame Luciana, caro.”
“Sign… Luciana, sono mortificato di dovermi alzare da tavola, ma credo di aver bisogno della toilette”.
“Lo accompagno io!” squittisce Greta, alzandosi di scatto.
“Greta!” fa la contessa, “Lascia che lo porti Miranda!”
Ma Greta mi ha già afferrato per un braccio e mi sta trascinando nel corridoio, tra i borbottii del Conte e gli occhi sbarrati di Benedetta.

(continua)

Non sempre uno mangia tutto quello che ha nel piatto (Parte I)

Non sempre uno mangia tutto quello che ha nel piatto (Parte I)

Eccola qua, Villa Ragagnin. E che cazzo, quante volte ci sono passato davanti, pensando a quanti soldi dovevano avere i proprietari. O meglio, quanti se ne fossero mangiati, dato lo stato di fatiscenza in cui versava un po’ tutta la facciata. Adesso che ho oltrepassato il cancello, e parcheggiato a lato della barchessa, capisco che avevo ragione. Spero almeno che all’interno abbiano fatto un po’ di ristrutturazione con gli incentivi, penso.

“Amore… amore, cosa c’è? ci sei rimasto male?” mi fa Greta.

“No,” faccio. “Anzi, mi piace.”

“Amore! come fa a piacerti una merda del genere? Se potessi venderei tutto. Anzi, stai tranquillo che appena i vecchi schiattano…”

“Seee, Pietro Maso due” dico spintonandola.

Greta DarkDeathAngel, belva del cubo del Lynx di Vicenza e del Vinile di Bassano, sogno erotico burlesque e perverso di tutti i dark/goth/cyber del nordest, all’improvviso non fa più paura come quando sguaina le zanne da vampira nel buio della discoteca. Adesso è solo la contessina Greta Ragagnin da Cazzago di Pianiga, erede di una sterminata campagna con annessa villa palladiana. Un letamaio dove anche le mucche, lasciate allo stato brado, cacciano in branchi.

La nostra temporanea escursione nella sua madrepatria si deve alla betonega di sua sorella, che si è lasciata sfuggire coi genitori che “La Greta gà el moroso”. Quindi, per festeggiare il ventunesimo compleanno della contessina, giunge l’indeclinabile invito a pranzo, cravatta bianca, r.s.v.p., eccetera.

Ora, come rappresentanti dell’aristocrazia terriera del basso Veneto, i genitori di Greta non vedono di buon occhio la sua indole cimiteriale. Sono gente all’antica, parecchio religiosa e (mi si dice) restia alle novità.

Quindi, secondo il copione da noi preparato, durante il pranzo in famiglia di oggi – a cui verrò presentato ufficialmente come fidanzato di Greta – celerò la mia identità di Leo Morgan, superstar dj, e reciterò la parte del Bravo Ragazzo Leonardo Morgano, arrivato giusto in tempo a riportare la figliuola prodiga (o, in questo caso, Prodigy) sulla retta via.

“Un ingegnere.”

“No, che palle. Odio gli ingegneri.”

“Ma i tuoi no. Dai, ingegnere va bene. Sarò ingegnere.”

Mentre varchiamo il cancello d’ingresso, Greta si mangia le unghie pittate di nero. È nervosa. Pensa che io non sia in grado di recitare. Io invece sono tranquillo: c’è una cosa che Greta non sa.

Io sono davvero un ingegnere.

(continua)

Agnus Dei (parte III)

Agnus Dei (parte III)

(prima parte qui, seconda parte qui)

Lohengramm si scagliò contro Steinmetz, vibrando con tutte le sue forze un fendente con la Lancia.
L’ufficiale tentò di schivare l’attacco di Lohengramm, ma la furia del generale, amplificata dal fuoco divino che lo pervadeva, non gli lasciò scampo. Il colpo lo fece rovesciare a terra, aprendogli un profondo squarcio nel petto. Il sangue prese subito a schizzare dalla ferita, lordando il corpo e il viso di Lohengramm.
Terrorizzati, i due soldati si lasciarono sfuggire un grido strozzato. Lohengramm si girò verso di loro, ormai ebbro di sangue e potere.
“Siate anche voi testimoni della mia potenza” urlò, pronto a falciarli sotto i suoi colpi.
In preda al panico, i due aprirono il fuoco sul generale.
“Inutile” esclamò ridendo, “è Dio stesso a proteggermi!”
Una fitta lancinante lo bloccò. Abbassando lo sguardo, vide del sangue scorrere. Il suo.
Un foro di proiettile spiccava nella tunica, nel punto dove il sangue di Steinmetz aveva imbrattato il tessuto candido. Cadde in ginocchio, boccheggiando.
Sulla sedia a dondolo il vecchio, che aveva assistito a tutta la scena, pareva sul punto di esalare l’ultimo respiro. Lohengramm lo udì borbottare qualcosa negli spasmi della morte.
Mentre perdeva conoscenza, gli parve di riconoscere quelle parole. Erano tratte dall’Apocalisse di San Giovanni.
“…e hanno lavato le loro tuniche rendendole candide con il sangue dell’Agnello…”
Prima di sprofondare nel buio, Lohengramm ebbe un ultimo pensiero.
La tunica… lavata nel sangue. Mondata non dal peccato… ma dal suo potere.

“O almeno, così è come dovrebbero essersi svolte le cose” concluse Brighton, rialzandosi dal pavimento insanguinato. Due uomini stavano già chiudendo in una valigetta la tunica intrisa di sangue. I corpi delle SS giacevano a terra, ormai rigidi.
“Bizzarro, oserei dire. E quell’ufficiale, quello…”
“Steinmetz.”
“Steinmetz. Quindi, doveva trattarsi, per così dire, dell’Agnello?”
“Così pare. Forse era destino che si sacrificasse, così come forse era destino che Lohengramm venisse in possesso delle reliquie.”
“E il Custode?”
“Non c’è stato niente da fare. Il cuore deve aver ceduto poco dopo la sparatoria.”
“Una cosa non capisco. Perché portare via la Lancia, ma non la Tunica?”
“Non saprei. Forse perché ormai la Tunica non aveva più potere. O forse per paura che dopo averla profanata, attirasse la maledizione del Cielo sul Reich. Ma queste sono solo supposizioni da due soldi. La verità non la sapremo mai, temo.”
Uno dei soldati si avvicinò.
“Generale McLaren, noi qui abbiamo finito.”
“Molto bene” rispose il generale. “Il tenente Brighton, qui, si occuperà del resto. Voglio che l’MI6 riceva un rapporto completo il prima possibile.”
“Sissignore.”
Usciti dalla capanna, i due ufficiali si volsero un’ultima volta verso la scena del massacro.
“Un peccato che il nostro contatto a Vienna non sia riuscito ad avvertirci in tempo. Forse saremmo riusciti a…”
“Non se ne faccia una colpa, Generale. Forse, come le dicevo, era destino che succedesse”.
I due fecero ancora qualche passo lungo il sentiero. Poi il tenente ruppe il silenzio.
“Signore? Lei crede davvero che…”
“Sì?”
“..che Hitler possa dominare il mondo? Tutti parlano di un’invasione della Polonia prima della fine dell’anno. Se succedesse, sarebbe una guerra. Mondiale. Un’altra. E se fosse vero quello che dicono della Lancia…”
“Non lo so, Tenente. Ma se accadrà, sarà destino.”
Nessuno dei due parlò più per il resto della giornata. Anche loro erano stati inviati dalla madrepatria per impedire alla folle ambizione del Führer di trascendere i confini del sacro. Anche loro avevano accettato, convinti di ritornare a casa come eroi. Ma ora, dopo essere stati in quella misera casupola imbrattata di sangue, non si sentivano più tanto sicuri.
Né più tanto eroi.

Agnus Dei (Parte II)

Agnus Dei (Parte II)

(prima parte qui)

Lutz sollevò la mano chiusa. Immediatamente tutti gli uomini della squadra si acquattarono. Steinmetz, aguzzando gli occhi, vide la misera casupola seminascosta in cima alla collinetta boscosa di fronte a loro.
A bassa voce, intimò: “Kessler, mi dia la cassa. Due uomini con noi… Reuental e Mittermeyer. Gli altri rimangano qui appostati. Se non siamo di ritorno fra venti minuti, intervenite. Lutz, voi siete al comando della squadra, nel caso ci succedesse qualcosa.”
“Jawohl.”
Steinmetz, affiancato dal generale e dai due soldati, si inerpicò sul sentiero che si snodava tra gli alberi fino a raggiungere la capanna. La cassa gli pesava sulle spalle doloranti, e da qualche ora si era levata una leggera foschia, che sembrava farsi più fitta man mano che si avvicinavano alla costruzione. Desiderò ardentemente di essere altrove.
Giunti all’entrata, Steinmetz bussò. Non vi fu risposta. Tentò allora di aprire la porta, ma la maniglia arrugginita non cedeva. Guardò Lohengramm, che annuì con la testa.
“Reuental!”
Il soldato si fece avanti e lasciò partire una scarica di MP40 sulla serratura. Poi aprì la porta con un calcio, alzando una nuvola di segatura e frammenti di legno.
Entrarono. Davanti i due soldati, poi Steinmetz e per ultimo Lohengramm.
La capanna era costituita da un’unica stanza, divisa in due parti da una mezza parete di legno. Ai quattro lati erano appese poche mensole, che suggerivano come il padrone di casa vivesse da eremita. Vicino alla parete posteriore, seduto su una sedia a dondolo, un vecchio li fissava impassibile.
I due soldati si mossero simultaneamente, disponendosi ai lati dell’uomo e tenendolo sotto tiro. Lohengramm, avvicinandosi, si rivolse a lui.
“Presumo che voi siate il Custode. L’Arcivescovo di Vienna ci ha parlato di voi. Presumo anche che sappiate chi siamo, e cosa vogliamo. Dov’è?”
Il vecchio non rispose. Continuò invece a fissare Lohengramm, senza che alcun muscolo del suo viso si muovesse di un millimetro.
Il generale continuò. “Il Führer desidera che non vi venga fatto alcun male. Anzi, vi porge i suoi migliori ringraziamenti per aver custodito così bene e così a lungo un simile tesoro. Ma se vi rifiutate di collaborare col Reich, mi vedrò costretto ad agire di conseguenza.”
Di nuovo nessuna risposta. Lohengramm inspirò a fondo, poi il suo viso, impassibile fino a quel momento, si raggrinzì in una smorfia di furia cieca ed irrazionale.
Wo ist die verdammt Weste? Dov’è quella maledetta tunica?” urlò, afferrando di colpo la gola del vecchio e stringendola in una morsa d’acciaio, al punto di sollevarlo della sedia.
Gli occhi del vecchio esitarono per un istante, volgendo un guizzante sguardo a un’asse sconnessa del pavimento. A Lohengramm non sfuggì quell’indizio.
Untersturmführer! il pavimento!”
Steinmetz si inginocchiò sul punto indicato dal generale, ed estratta la baionetta d’ordinanza dal fodero fece leva tra due assi marce. Il legno cedette senza sforzo, rivelando un vano sottostante.
Con la gola ancora stretta nella mano di Lohengramm, il vecchio emise un sospiro che sembrava un rantolo, per poi accasciarsi senza più forze. Due lacrime silenziose iniziarono a rigargli le guance, mentre Steinmetz, infilate le braccia fino al gomito nell’apertura, ne estraeva un cofanetto in legno intarsiato.
Lohengramm, lasciato cadere il vecchio sulla sedia a dondolo, fece a Steinmetz cenno di aprire lo scrigno. Sollevato il coperchio, agli occhi dei due ufficiali apparve quello che sembrava un sacco di iuta ripiegato.
Per la seconda volta l’impassibile volto del generale mutò espressione, questa volta in un largo sorriso di compiacimento. Le sue mani si allungarono ad afferrare l’indumento, drappeggiandolo delicatamente sulla sua persona. Steinmetz lo osservò mentre, con fare quasi grottesco, indossava la tunica con l’espressione di una damigella che si provava un abito da cerimonia.
“La Lancia, Untersturmführer” esclamò il generale.
Steinmetz si era quasi dimenticato della cassa oblunga che portava sulle spalle. Con mani esperte la aprì e porse a Lohengramm il lungo oggetto che conteneva, avvolto in un panno rosso.
Il generale sciolse i nodi che legavano il drappo, portando alla luce quella che sembrava una lancia o una picca. Il fusto era di legno decorato, ma la punta era irregolare e di metallo opaco, tradendone l’eta antica.
Stringendola tra le mani, Lohengramm esclamò, con la voce che tremava per l’emozione:
“Steinmetz, questo è un grande giorno per il Reich. Oggi viene sancita la sacralità del nostro Impero. Porto su di me la tunica di Nostro Signore Gesù Cristo, e stringo nelle mani la Sacra Lancia che trafisse il Suo costato.”
Soppesando la lancia nella mano sinistra, proseguì: “In molti hanno brandito la Lancia di Longino per governare il mondo. Carlomagno, Napoleone… ma hanno fallito tutti. Poi il Führer è venuto a sapere dell’esistenza di quest’altra reliquia, e delle voci che giravano su essa. Nel suo genio, ha voluto inviarci a recuperare entrambe, e a verificare il potere che esse conferiscono.”
Con un movimento fulmineo, estrasse la Luger dalla fondina e la puntò verso il proprio avambraccio sinistro. Uno sparo risuonò nella casupola. Steinmetz lo udì riecheggiare nella valle, seguito dagli schiamazzi di centinaia di uccelli che si levavano spaventati in volo.
Tintinnando, un proiettile deformato cadde al suolo. Il braccio di Lohengramm era intatto. Il generale esplose in una risata diabolica.
“Steinmetz, guardate! Ora che indosso l’abito che fu di Nostro Signore e brandisco la Sacra Lancia, sono invincibile…” e lanciando uno sguardo sinistro al suo sottoposto, continuò “…e persino il Führer  dovrà piegarsi al mio volere.”
“C-che intendete dire, Mein General? Gli ordini erano…”
Zum Teufel, Untersturmführer! Non avete compreso? Il destino ha voluto mettere sulla mia strada questo potere, ed è destino che io ne faccia uso, per il bene del Reich.”
A Steinmetz quelle parole suonarono come una blasfemia.
“Io… io vi prego di tornare in voi, Mein General. Dobbiamo riportare la tunica a Berlino. Sono sicuro che il Führer  ci ricompenserà come meritiamo, e voi sarete…”
“…sarò che cosa? Una pedina nelle mani di Hitler, come negli ultimi quindici anni? Steinmetz, siete un illuso. E non c’ è posto per quelli come voi, nel mio Reich.”

(continua…)

Agnus Dei (Parte I)

Agnus Dei (Parte I)

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:
«Si son divise tra loro le mie vesti
e sulla mia tunica han gettato la sorte.»
(Giovanni, 19:23-24)

Ed io gli dissi: «Signore mio, tu lo sai». Egli allora mi disse: «Costoro sono quelli che sono venuti dalla grande tribolazione, e hanno lavato le loro tuniche rendendole candide con il sangue dell’Agnello.»
(Apocalisse, 7:14)

“Mi sta forse dicendo che ci siamo persi, Untersturmführer?”
“No, mein General, no. Sono sicuro che i miei uomini…”
Già le gocce di sudore freddo imperlavano la fronte di Steinmetz, quando si sentì un grido provenire dalla folta macchia a ovest.
“È qui! L’abbiamo trovata!”
Steinmetz si lasciò sfuggire un sospiro di sollievo. A un suo cenno, l’intera pattuglia si mosse verso gli alberi.
Lanciò un’occhiata furtiva verso il generale Lohengramm: il suo sguardo di pietra non tradiva la minima emozione.
Dio, quanto mancherà ancora? pensò, mentre si riunivano ai due uomini mandati in ricognizione.
“Trecento metri più in basso abbiamo avvistato una roccia a forma di U. La formazione non è naturale: abbiamo pensato che si trattasse dei resti dell’anello di pietra indicato sulla mappa” disse il caporale Lutz, porgendo il binocolo a Steinmetz.
Dopo aver constatato quanto riportato dai ricognitori, passò il binocolo a Lohengramm. L’ultima parola spettava a lui.
“Molto bene. Avete identificato gli altri punti di riferimento?”
“Sì, signore. Assumendo che quello sia l’anello di pietra, tutte le indicazioni della mappa acquistano un senso. Confrontandola con la cartina militare, stimiamo che l’obbiettivo si trovi a non più di un paio di chilometri verso valle”.
“Il che significa doverci addentrare nel bosco. Steinmetz, riorganizzi la formazione. Non vorrà che la missione finisca a gambe all’aria per colpa di un orso o un cinghiale impazziti.”
“Zu befehl, mein General.”

La pattuglia si muoveva con lentezza, il passo impedito dalla fitta boscaglia e dal terreno irregolare. Qua e là buche e crepe nascoste dalla vegetazione attendevano trepidanti di accogliere e spezzare le gambe di un soldato troppo imprudente.
Persino la foresta è contro di noi, pensò Steinmetz. Il Führer è grande, ma questo…
“La vedo pensieroso, Untersturmführer. Qualcosa la preoccupa?”
Lohengramm gli era arrivato alle spalle senza che se accorgesse. Quell’uomo gli metteva i brividi.
“È forse quella a renderla nervoso?” continuò il generale, accennando con lo sguardo alla sottile cassa oblunga che uno dei soldati trasportava sulle spalle.
“N-no, mein General. È solo che sembra così improbabile che qui, in mezzo alle montagne…”
“Lo so. Ma le informazioni ottenute a Vienna sono di prima mano. Sua eccellenza l’Arcivescovo ha barattato la sua libertà da Dachau con quella vecchia piantina, ed è tutt’ora ospite delle SS. Se dovesse essersi sbagliato…”
Non finì la frase. Accelerò il passo, portandosi dietro ai due uomini in testa alla squadra.
Steinmetz trasse il fazzoletto di tasca e se lo passò sulla fronte. Senza pensarci, con quel gesto cercava di svuotare la mente dai dubbi, ma senza risultato: da quando avevano lasciato Berlino, la sua coscienza faceva a pugni con la fedeltà al Reich.
L’Anschluss non era stato una sorpresa per nessuno. Nelle SS tutti sapevano che Austria e Germania sarebbero state presto unificate sotto lo Svastica, ma il pensiero che il Führer avesse un altro scopo per entrare a Vienna lo aveva turbato.
Quando gli era stato ordinato di partire per le montagne a nord di Innsbrück, portando con sé quello che avevano requisito dalla Schatzkammer di Vienna, i suoi timori si erano amplificati. Ma il fatto che a guidare la spedizione fosse stato designato Lohengramm, uomo di fiducia di Hitler, lo aveva quasi rassicurato. Di sicuro il Führer non avrebbe affidato una missione del genere a quell’uomo, se non avesse saputo cosa stava facendo. Aveva obbedito, certo che al ritorno sarebbe stato considerato un eroe. Ma ora, in quella fitta foresta, guidati solo da un pezzo di pergamena tracciato da chissà chi e alla ricerca di qualcosa che poteva anche non esistere, non si sentiva più tanto sicuro.
Né più tanto eroe.

e^(iπ) + 1 = 0

e^(iπ) + 1 = 0

Conosco G da cinque anni, ma lo frequento più o meno da tre, cioè da quando ha accettato di farmi da relatore per la tesi di laurea. Quando poi mi ha chiesto di rimanere in Ateneo come suo assistente, non sono riuscito a dirgli di no.
Tre mesi fa è entrato nell’ufficio che dividiamo all’ultimo piano della facoltà e ha chiuso la porta dietro di sé.
“R, devo dirti una cosa importante.”
“Mi dica, G” ho detto io.
“Ecco, vedi… io sono Dio”.
“Lo so, G. Per questo lavoro per lei.”
“No, R. Temo non sia uno scherzo.”
“Allora credo di non aver capito cosa sta cercando di dirmi” ho risposto.
“Non temere – avevo previsto la tua reazione. Per questo ti chiedo di venire con me.”
Mi ha fatto un cenno, e io l’ho seguito. Mezz’ora dopo siamo rientrati in ufficio. Mi aveva convinto.

Padova a Dicembre è fredda, fredda da morire. Per fortuna G dice che da domani il freddo non lo sentirò più. Avrei tante di quelle cose da chiedergli, ma quando ero suo studente ci diceva sempre: le domande alla fine.
Per ventiquattr’ore, fino alle otto di domattina, G mi porterà con sé per “insegnarmi il mestiere”, come ha detto lui.
“Mi scusi, G. Io avrei parecchio freddo. Non è da me chiedere favori ai miei superiori, ma dato che lei è Dio, non potrebbe alzare la temperatura di un cinque o sei gradi?”
G mi guarda e sorride. “Non funziona così, mi spiace. Non posso farlo.”
“Non può o non vuole? Non è onnipotente?” gli chiedo scherzando.
Mi dà una pacca sulla spalla mentre scendiamo in strada.
“Allora, R. Capisco bene che hai sicuramente una gran confusione in testa, quindi cercherò di spiegarti il tutto nella maniera più semplice possibile. Facciamo una passeggiata, OK?”
“OK” dico. Ci incamminiamo.
“Dunque, è più o meno come quando scriviamo il software.”
“Aha” faccio io, con un cenno della testa.
“L’universo è regolato da regole ben precise, di cui una gran parte sono la fisica e la matematica. Chiaro fin qui?”
“Chiarissimo.”
“Queste regole sono state create qualche miliardo di anni fa, e hanno sempre funzionato, più o meno. Ma come ogni software, anche l’universo non è esente da bug.”
“Immagino.”
“Benissimo. Hai presente cosa succede quando in un programma salta fuori un errore, vero? Lo sviluppatore interviene e corregge il bug.”
Been there, done that, G. Quindi?”
“Ecco, per farla breve, io mi limito a correggere i bug.”
“Che cosa?” gli chiedo, stralunando gli occhi. “Ma allora, quella volta di tre mesi fa?”
“Intendi questa?” mi dice, tirandomi per un braccio dietro di sè. Con un desolante splat una merda di piccione cade esattamente dove stavo un secondo fa. Ecco, non crediate che io tre mesi fa mi sia fatto convincere da una merda di piccione. Un piccolo meteorite è caduto sul tetto della facoltà, bucando il soffitto e sfasciando la mia scrivania e me stesso, se fossi stato lì.
“Visto? lo ha fatto di nuovo!”
“È diverso, R. Te lo ripeto, la fisica e la matematica sono perfette. Sono leggi a cui anche io devo sottostare.”
“Ma allora…”
“…allora, dato che il programma l’ho scritto io, è ovvio che sappia prevederne il comportamento. Quel meteorite doveva cadere lì e in quell’istante. Ma era necessario al programma che tu vivessi, e ho corretto il bug allontanandoti. Ci siamo capiti?”
Lì a fianco c’è una panchina. Sembra messa lì apposta. Guardo G. Ok, è messa lì apposta. Mi siedo.
“D’accordo. Quel che non ho ancora capito è… perché mettermi al corrente? perché ‘insegnarmi il mestiere’?”
“Questo, beh, fa parte del programma.”

Le 7.55. In quasi ventiquattr’ore ho visto G “correggere” decine di “bug”. Un sasso sulla strada, un chiodo in un muro, persino lo scontrino di un bar. Tutti oggetti destinati a causare morte e disperazione, in un modo o nell’altro. G mi ha parlato dell’intreccio dei destini, di come sia possibile ridurli a funzioni matematiche. Le sue spiegazioni sono state assorbite dal mio cervello con una facilità disarmante, come quando ero suo allievo. Ho iniziato a ‘vedere’ le connessioni tra gli oggetti, le persone e le loro azioni. Ho spostato una transenna che avrebbe fracassato la testa di un ciclista domattina alle sei.
Seduti allo stesso bar di ieri, G mi sorride.
“Ci siamo, non è vero?”
“Sì.” Sorrido.
“Bene. Vuoi scusarmi un attimo?”
Si alza. Mentre lo guardo uscire, di fronte ai miei occhi G si tramuta nella sottile linea di una funzione rappresentata su un piano cartesiano. Ne seguo le curve e l’armonia con cui si mescola al resto dell’universo. Poi, ad un tratto, la linea si interrompe.
Lancio un grido e mi precipito fuori dal bar. Ma è troppo tardi: lo stridore della frenata mi lacera i timpani. Poi l’agghiacciante tonfo. G è a terra, sanguinante.
Una piccola folla si raduna immediatamente.
“Indietro,” grido “lasciatelo respirare!”
Un rivolo di sangue gli esce dalla bocca. Respira appena. Sento qualcuno chiamare l’ambulanza, ma so che è inutile.
“Perché?” riesco solo a chiedergli. Lui mi sorride.
“Perché, mi chiedi? Perché… è perfetto.”